L’imposta municipale israeliana sugli immobili, nota come “Arnona”, è diventata il fulcro di un nuovo braccio di ferro tra le Chiese e il Comune di Gerusalemme. I leader cristiani temono che la messa in discussione delle esenzioni di cui beneficiano alcuni immobili ecclesiastici possa compromettere le loro attività religiose, educative e sociali. In un colloquio con Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme, esamina le implicazioni della controversia e auspica un compromesso che preservi le storiche esenzioni delle Chiese cristiane. L’antefatto: il 27 giugno 2026 l’Autorità Palestinese annuncia che Mahmoud Abbas aveva scritto a Papa Leone XIV e a diversi leader internazionali per denunciare il progetto di tassazione degli immobili ecclesiastici di Gerusalemme attraverso la tassa Arnona. Secondo monsignor Shomali “sono due le ragioni per cui il presidente Mahmoud Abbas sostiene la posizione delle Chiese contro il progetto di tassare gli immobili ecclesiastici a Gerusalemme Est. Da un lato, l’Autorità Palestinese considera Gerusalemme Est un territorio occupato e ritiene che Israele non abbia il diritto di imporre tasse sugli immobili ecclesiastici presenti in quella zona. Dall’altro, il presidente intende tutelare i diritti storicamente riconosciuti alle Chiese”. Queste intese, prosegue, “furono rispettate durante il Mandato britannico e anche da Israele negli anni successivi all’indipendenza, proclamata nel 1948, e non sono mai state ufficialmente abrogate”. Pur distinguendo tra le attività a scopo di lucro, come alcune strutture ricettive per pellegrini, e le istituzioni che perseguono finalità esclusivamente religiose, educative o sociali, il vescovo precisa che se il Comune di Gerusalemme “decidesse di applicare retroattivamente la tassa Arnona alle attività a scopo di lucro, le somme richieste potrebbero raggiungere alcuni milioni di euro, soprattutto qualora si risalisse agli ultimi trent’anni, periodo durante il quale questa controversia ha contrapposto le Chiese alle autorità israeliane. Qualora si raggiungesse un accordo sulle attività a scopo di lucro, è invece probabile che alle Chiese venga richiesto di pagare l’imposta soltanto per il futuro, senza effetti retroattivi”.
Per quanto riguarda le scuole, gli ospedali, i centri sociali e le istituzioni con finalità esclusivamente religiose, “le Chiese auspicano che possano continuare a beneficiare delle tradizionali esenzioni, in considerazione della loro missione educativa, caritativa e spirituale”. Monsignor Shomali confida “che un compromesso sia ancora possibile. Una soluzione potrebbe prevedere che le attività chiaramente orientate al profitto contribuiscano alle spese municipali relative ai servizi di cui beneficiano, preservando al tempo stesso le esenzioni riconosciute ai luoghi di culto, ai saloni parrocchiali, ai cimiteri e alle istituzioni religiose, educative e caritative. La sfida principale consiste nel definire con precisione che cosa debba essere considerato un’attività commerciale e che cosa rientri invece nella missione pastorale, sociale o religiosa delle Chiese. È su questa distinzione che potrebbe fondarsi una soluzione equilibrata e accettabile per tutte le parti”.