Carceri: mons. Crociata (Latina), “il male e la sofferenza inflitti a un colpevole non ripagano mai di niente. La vittoria della giustizia è il bene”

“Le notizie peggiori sulla condizione di chi è detenuto nelle carceri hanno non da ora una frequenza così insistente nelle cronache locali e nazionali da ottenere spesso l’effetto di rendere assuefatti, come purtroppo avviene per tanti tragici fatti che finiscono con il saturare la sensibilità collettiva e la capacità di averne adeguata cognizione”. Lo ha detto, stamattina, mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e presidente della Comece, intervenendo all’incontro sul tema “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, che si tiene oggi nella sede della Provincia a Latina.
Richiamando la dignità di ogni essere umano, il presule ha evidenziato: “Il nostro senso di umanità è determinato essenzialmente dal fatto che io non dimentichi mai di trovarmi di fronte a una persona, chiunque essa sia e dovunque la incontri”. E “questo senso autentico di umanità apre anche a un senso più largo e più vero di giustizia. Il male e la sofferenza inflitti a un colpevole non ripagano mai di niente, non soddisfano nessuna esigenza di equità, non alleviano alcuna sofferenza e non riparano alcun danno subito. Con una frase ad effetto si dovrebbe dire che il miglior modo di ripagare il male ricevuto è eliminarlo in chi l’ha compiuto o causato. La vittoria della giustizia è il bene, non altro male”.
Il vescovo è colpito dalla “constatazione rassegnata” sul fatto che il carcere produca “una percentuale molto alta di recidivi. È il segno che la sua struttura attuale è ben lontana dall’essere idonea a raggiungere quegli obiettivi di rieducazione e di nuova socializzazione che la Costituzione gli assegna. Su questo la nostra collettività tutta dovrebbe interrogarsi”.
C’è un altro aspetto che deve far riflettere: “Il fatto che spesso sono quelli che stanno dentro a plasmare il mondo interiore e relazionale di chi ha a che fare con loro, così che la negatività che dentro viene in tanti modi continuamente generata e alimentata si espande e contagia, molto di più di quanto il senso di libertà e il senso di vita di chi vive fuori riesca a trasmettersi e a rendere migliore chi sta ristretto dentro un carcere”.
Secondo mons. Crociata, “il problema è al fondo mentale, e quindi culturale e morale. Sono per lo più le menti ad essere prigioniere. Non temo perciò di dire che parlando dei detenuti parliamo di noi tutti, della società in cui viviamo, perché le nostre vite e i nostri pensieri e i nostri mondi interiori sono intrecciati molto di più di quanto immaginiamo”. Occuparsi delle condizioni di vita dei carcerati “non è solo un atto di umanità e di solidarietà, ma assume un valore oserei dire terapeutico, poiché ci costringe a riflettere, a ripensare al modo in cui viviamo e ci poniamo in relazione gli uni gli altri. Abbiamo bisogno di metterci davvero alla ricerca di una vita più autentica, di un volto e di una condizione migliori di noi stessi, non più dominati da fantasmi, paure, odi e risentimenti, ma disponibili a costruire insieme un modo più umano e positivo di stare in società e di fare comunità”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Diocesi