“Non si tratta innanzitutto di chiederci cosa fare per i giovani, ma di chiederci cosa diventare insieme a loro. È un cambio di paradigma che mette in discussione non solo le pratiche educative, ma anche l’identità adulta. L’adulto non è semplicemente colui che trasmette contenuti o organizza attività, ma colui che si lascia trasformare dall’incontro con le nuove generazioni, che si mette in cammino con loro”. Lo ha affermato questa mattina Vittorio Degiacomi, studioso di Teologia pastorale, intervenendo alla giornata conclusiva della 75ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale che si è svolta ad Assisi, presso la Domus Pacis Hotel.
Degiacomi, che con il vescovo Domenico Sigalini ha moderato i lavori della Settimana, ha osservato che “oggi il rapporto tra giovani e ambienti comunitari appare sempre più fragile. Molti giovani percepiscono questi contesti come spazi ‘stretti’, poco abitabili, a volte eccessivamente normativi o incapaci di intercettare le loro domande reali”. “Questa distanza non riguarda soltanto l’ambito ecclesiale, ma si ritrova anche in associazioni, gruppi, movimenti culturali extraecclesiali”, ha proseguito, evidenziando che “una prima consapevolezza condivisa è che la fatica non sta solo nei giovani, ma nelle comunità stesse”. Per Degiacomi “siamo chiamati a interrogarci sulle reali capacità, delle nostre comunità, di ascolto e di accoglienza: quanto sono davvero luoghi in cui i giovani possono sentirsi riconosciuti come soggetti portatori di pensiero, desiderio e ricerca, e non semplicemente come destinatari di progetti già definiti?”. “Stare con i giovani richiede – ha rilevato – un coinvolgimento personale profondo, che nessun ruolo istituzionale può sostituire. Significa accettare di entrare in una relazione reale, dove la fiducia precede le garanzie e dove l’accompagnamento non è mai completamente controllabile. Fidarsi dei giovani prima che ‘dimostrino’ qualcosa diventa una scelta educativa radicale, che cambia il modo stesso di pensare la comunità. Soltanto quando costruiamo una relazione passa qualcosa di educativo nell’altro. Se non siamo capaci di questo, nell’altro arrivano solo informazioni, ma non qualcosa che gli cambia la vita”.
Sugli spazi educativi comunitari, Degiacomi ha poi notato che “i giovani hanno bisogno di luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della vita: il senso, il futuro, le relazioni, la fede, le scelte. Esperienze come Grest, campi estivi, laboratori e percorsi comunitari dovrebbero essere pensati proprio come spazi di questo tipo: non semplici contenitori di attività o intrattenimento, ma ambienti in cui poter sostare nelle domande e accompagnare i giovani in un incontro tra il Vangelo e la vita”. Fondamentale è, comunque, “la presenza di una comunità educativa viva, appassionata e realmente coinvolta. Spesso la difficoltà non è solo nella proposta, ma nella qualità della comunità che la sostiene. Quando manca un tessuto adulto capace di prendersi a cuore i giovani, di condividere con loro tempo, fatica e ricerca, anche gli spazi migliori rischiano di svuotarsi o diventare formali”.