Primo Mazzolari: messa a Bozzolo. Card. Repole: “È stato un uomo audace, profetico”

(Foto Diocesi di Cremona)

È stato il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino, a presiedere quest’anno la messa del 67° anniversario della morte di don Primo Mazzolari, che si è celebrata domenica 12 aprile, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, dove sono custodite le spoglie del sacerdote cremonese. A concelebrare – come riferisce il portale della diocesi di Cremona – con l’arcivescovo Repole, il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, e numerosi sacerdoti diocesani, tra cui il parroco di Bozzolo don Francesco Cortellini. L’appuntamento annuale costituisce un’occasione per fare memoria del giorno della morte di don Primo, avvenuta il 12 aprile 1959.
Una volta iniziata la celebrazione eucaristica, mons. Antonio Napolioni ha voluto esprimere il proprio ringraziamento al cardinale Repole per aver accolto l’invito a presiedere la messa: “Non ti abbiamo invitato perché andiamo a caccia di cardinali, ma perché sappiamo quanto tu sappia riflettere e studiare l’essenziale del Vangelo e il vero volto della Chiesa”.
Nella sua omelia il cardinale Repole ha proposto una riflessione ispirata dalla pagina del Vangelo proclamata durante la liturgia della Parola, con il racconto dell’incredulità di Tommaso osservata attraverso la lente di una frase celebre di don Mazzolari: “I morti hanno bisogno di pietà, il vivente ha bisogno di audacia”.
“Tommaso – ha osservato l’arcivescovo – è l’emblema dell’ambivalenza del nostro cuore, che è fatto di adesione spontanea, di fiducia, ma anche di dubbio e di quel desiderio autentico della nostra intelligenza di comprendere”. Ma, ha aggiunto, “è anche l’emblema del fatto che non è sufficiente la mediazione di qualcuno per incontrare il risorto, se poi dopo questa mediazione non porta a un contatto immediato tra ogni singola persona e il risorto”.

Quel contatto immediato che nella vita di don Mazzoalri si manifesta con la forza di una esperienza personale: “Don Primo è stato un uomo audace, profetico. Ma da dove gli veniva questa audacia e questa profezia? Dal vivente che aveva incontrato, dal vivente che viveva in lui. La sua audacia, la sua profezia, non gli viene dal fatto che fosse estemporaneo, che fosse semplicemente un po’ fuori dalle righe, ma gli viene dall’esperienza personale che come Tommaso egli ha fatto del vivente”. Un’esperienza profonda e totale alimentata da una “lettura selvaggia di un Vangelo sine glossa”.

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