“Il giornalismo e la letteratura assumono una responsabilità civile ed etica enorme nel raccontare le storie di femminicidio”. A dirlo è Alba Kepi, presidente della Associazione mondiale delle giornaliste e scrittrici (Ammpe Italia) in apertura del convegno, “Orfane e orfani dei femminicidi: vittime di seconda classe?”, promosso dalla stessa Ammpe alla Biblioteca del Senato. “Se il giornalismo – ha spiegato – ha il compito di informare con rispetto e profondità, trasformando la cronaca in un atto di responsabilità sociale, la letteratura possiede la capacità unica di dare voce ai silenzi e alle paure dei bambini, trasformando il dolore individuale in memoria collettiva. Le scrittrici e le giornaliste impegnate in questa missione lavorano per costruire una narrazione consapevole che non si fermi all’evento drammatico, ma che analizzi le conseguenze a lungo termine della violenza domestica, promuovendo una cultura della prevenzione e del rispetto”. Un aspetto particolarmente critico e ancora poco considerato riguarda i figli di famiglie immigrate, nati e cresciuti in Italia, che dopo un femminicidio rischiano di essere sradicati dal loro contesto sociale. “Si tratta di minori perfettamente integrati – ha detto – che, a seguito della tragedia, vengono talvolta mandati nei paesi d’origine dei genitori, luoghi di cui spesso non conoscono né la lingua né la cultura. La mancanza di infrastrutture sociali adeguate e di tutele legali specifiche rende difficile il lavoro di comunità e sindaci che, pur con grande impegno umano, lottano per permettere a questi ragazzi di restare nel luogo che considerano casa. È fondamentale che le istituzioni intervengano per garantire sostegno psicologico, legale e materiale a questi “orfani speciali”.