“Il Festival di Sanremo ha provato sicuramente a rispondere alle sollecitazioni del presidente Sergio Mattarella durante l’udienza che ha concesso a Carlo Conti, Laura Pausini e i cantanti, un esempio tra tutti è la presenza di Gino Cecchettin nel corso dell’ultima sera. Sanremo è un palcoscenico davvero importante per lanciare messaggi civili per riportare non solo a una coesione nazionale, ma anche a una consonanza su determinati valori di fondo che sono propri del nostro Paese”. Lo dice, in un’intervista al Sir alla conclusione della kermesse canora, Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa. “Il problema – osserva il docente – è come tutto questo si è cercato di farlo: nella prima serata invitando la signora di 105 anni ed è stato un momento valido, efficace; sabato sera con Gino Cecchettin. Tuttavia, molto spesso quando vengono affrontate tematiche serie, l’impostazione in molti casi sa di formalità, quasi sfiora l’ipocrisia”. Fabris specifica: “La vera novità del Sanremo di quest’anno è che si è svolto nell’ultima serata in contemporanea con una nuova guerra. Conti, Pausini e la giornalista Giorgia Cardinaletti hanno iniziato il Festival con una sottolineatura di questa situazione drammatica all’interno della quale una trasmissione leggera come il Festival della canzone si veniva a collocare. Ma, a mio avviso, il sapore di questo ‘discorsetto’, il modo in cui è stato fatto risultava ipocrita, fuori tono. Non c’era una reale partecipazione”. Il professore avanza “il dubbio, il sospetto addirittura, che anche in alcune canzoni le rivendicazioni contro le guerre o a favore dei diritti delle donne, tanto per citare qualche esempio, siano state inserite per far vincere i buoni sentimenti, per riportare ulteriori consensi alla propria canzone o alla propria esibizione”.