Messico: concluso a Guadalajara il secondo Dialogo nazionale per la Pace promosso dalla Chiesa nelle sue diverse espressioni

Si è concluso ieri, a Guadalajara, il secondo Dialogo nazionale per la Pace, un incontro che dal 30 gennaio ha riunito oltre 1.200 esponenti del mondo sociale, religioso, accademico e imprenditoriale messicano. L’evento è stato promosso dalla Conferenza episcopale messicana (Cem), dalla Compagnia di Gesù in Messico e dalla Conferenza dei superiori maggiori dei religiosi del Messico. L’obiettivo centrale della tre giorni, caratterizzata da numerose relazioni, testimonianze, condivisione di buone pratiche, è stata l’analisi della violenza nel Paese e la condivisione di metodologie concrete per la costruzione della pace, partendo dalle realtà locali. Esperti e accademici che hanno analizzato le radici strutturali del conflitto. Tra i temi trattati sono emersi la necessità di rafforzare le polizie municipali, la riforma del sistema carcerario e l’urgenza di integrare i giovani nei processi sociali per sottrarli alla criminalità. Sono state inoltre presentate esperienze di successo, come il progetto Viva nella Sierra Tarahumara, nel nord del Paese, che ha fornito supporto psicologico a migliaia di persone colpite dal trauma della violenza. Il documento finale sottolinea che la pace non è un obiettivo raggiungibile senza verità e giustizia. Nel manifesto conclusivo si legge che “il cammino verso la pace passa per il rifondare la comunità a partire dall’ascolto, dal riconoscimento e dall’impegno”. Il testo chiarisce inoltre che “lo Stato siamo tutti noi, e la pace esige accordi collettivi a partire dal locale”, richiedendo una conversione sia di chi trae profitto dalla violenza, sia di chi resta indifferente. Un punto fermo del dialogo è stato il ruolo centrale delle vittime. Le conclusioni indicano infatti che “non sarà possibile una nuova convivenza senza curare e sanare la ferita delle persone scomparse”, ponendo la cultura della cura come asse trasversale per il futuro della nazione messicana. A questo proposito, sono risuonate le parole di mons. Ramón Castro, presidente fella Cem e vescovo di Cuernavaca: “Il processo del Dialogo nazionale per la Pace non può essere compreso adeguatamente, se viene ridotto a una semplice somma di incontri, forum o documenti, poiché ci troviamo di fronte a un’autentica pedagogia storica che ha progressivamente educato la coscienza sociale ed ecclesiale del nostro Paese dinanzi alla violenza. Il suo punto di partenza non è stato una teoria né un modello importato, bensì l’ascolto del grido reale delle vittime e dei territori feriti, con i loro volti, le loro storie, con le loro croci e le loro luci”. Mons. Castro, nel suo intervento conclusivo, ha chiesto, tra le altre cose, la “corresponsabilità etica di tutti gli attori sociali”, “la costruzione di processi territoriali di lungo periodo” e la capacità di “denuncia profetica”.

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