“Una medaglia non può mai valere più della dignità di un ragazzo. Una vittoria non può mai giustificare un’umiliazione. Una prestazione non può mai venire prima della persona”. È il messaggio lanciato da Virginia Kaladich, presidente nazionale della Fidae, intervenuta oggi al Salone d’Onore del Coni a Roma all’incontro “Oltre il bullismo. Lo sport come luogo di tutela, responsabilità e prevenzione”, dedicato alla norma Uni 12000:2025 e all’evoluzione dei sistemi di tutela nello sport. Al centro dell’intervento la necessità di un’alleanza educativa tra scuola, famiglie, società sportive e istituzioni per riconoscere i segnali di disagio e intervenire prima che si trasformino in esclusione o violenza. “Responsabilità non significa soltanto intervenire quando qualcosa è già accaduto. Responsabilità significa esserci prima”, ha affermato Kaladich. “Non basta avere regole. Le regole sono necessarie. Ma da sole non educano. Servono formazione, competenze, procedure, responsabilità chiare e capacità di riconoscere i rischi”. La Fidae porta in questo percorso l’esperienza maturata con la Uni/PdR 42:2018, dedicata alla prevenzione e al contrasto del bullismo nelle scuole. La Uni 12000:2025 rappresenta l’evoluzione di questo approccio, estendendolo anche ai contesti extrascolastici. «I nostri ragazzi non vivono in compartimenti separati. Sono studenti a scuola. Sono figli in famiglia. Sono atleti nello sport. Ma sono sempre la stessa persona. E quella persona deve essere tutelata in ogni luogo nel quale cresce», ha sottolineato la presidente. Lo sport, ha aggiunto Kaladich, ha una responsabilità educativa che va oltre la preparazione atletica e il risultato agonistico: “Un allenatore non allena soltanto una prestazione. Allena una persona”. E “la prima vittoria, quando si accompagna un minore, è fare in modo che torni a casa sentendosi rispettato, accolto, ascoltato e al sicuro”. Rivolgendosi ai ragazzi e alle ragazze presenti, la presidente Fidae ha quindi sottolineato: “Chiedere aiuto non è debolezza. È coraggio”. Infine, l’appello alla corresponsabilità: “La scuola ha bisogno dello sport. Lo sport ha bisogno della scuola. I genitori hanno bisogno di una rete. Gli educatori hanno bisogno di strumenti e formazione”. Perché, ha concluso, “facciamo in modo che nessun ragazzo debba diventare forte perché è stato ferito. Facciamo in modo che possa diventare forte perché è stato ascoltato, rispettato, accompagnato, educato. E soprattutto perché non è mai stato lasciato solo”.