“Continuiamo a dividere le persone secondo la loro utilità. Un giovane vale se produce. Un anziano diventa un costo. Un lavoratore si sostituisce appena rallenta. E poi ci stupiamo della solitudine che cresce. San Gerardo ci obbliga a fermarci davanti a una persona prima di decidere quanto rende. La dignità viene prima della prestazione. Viene prima anche del nostro bisogno di sentirci generosi”. Lo ha detto il card. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, nell’omelia pronunciata oggi durante la messa nel santuario di Materdomini, in occasione della festa di San Gerardo Maiella, nel terzo centenario della nascita del santo redentorista.
“Non possiamo chiedere a Dio di benedire il campo e accettare che, in quel campo, un uomo venga trattato come un attrezzo. Quando il lavoro divora la salute e non permette di vivere, chiamarlo sacrificio è un’offesa. Il chicco del Vangelo è Cristo che dona liberamente se stesso. Nessuno ha il diritto di usare questa parola per pretendere il sacrificio degli altri. E la responsabilità raggiunge anche noi che compriamo, consumiamo, chiediamo sempre di pagare meno. Dietro un prezzo troppo basso può esserci una vita pagata troppo poco. La benedizione delle sementi entra anche nelle nostre abitudini, nei nostri acquisti, nelle decisioni con cui rendiamo possibile o impossibile un lavoro giusto”, ha proseguito il porporato, che ha richiamato la comunità ecclesiale a riconoscere le proprie responsabilità davanti alle ingiustizie e alle sofferenze delle persone: “Anche la Chiesa è sotto questo giudizio. Anche io. Quando difendiamo il nostro prestigio più della verità di una persona; quando domandiamo pazienza a chi subisce e riserviamo ogni delicatezza a chi comanda; quando preferiamo una comunità tranquilla a una comunità capace di prendere posizione. Seguire Gesù ci porta dove il dolore umano domanda una risposta. La nostra credibilità si decide anche lì”.
E ha concluso: “Chiediamo per intercessione di San Gerardo una fede che sappia sporcarsi le mani con la terra e assumersi il peso della fraternità. Perché il raccolto possa arrivare alla tavola di tutti. E chi ha faticato per quel pane possa sedersi a mangiarlo, con la propria famiglia, senza paura del domani”.