“Il nostro linguaggio non deve trasformare una prestazione tecnologica in un’illusione antropologica”. Lo ha affermato p. Alberto Carrara, membro corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita, intervenuto ieri al secondo webinar del corso dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei dedicato all’enciclica “Magnifica humanitas”. Dire che un chatbot “comprende la sofferenza di un paziente”, ha spiegato, significa attribuire al sistema “una capacità personale che non abbiamo dimostrato”, con rischi soprattutto per le persone vulnerabili, sole, anziane o con disturbi mentali. Il religioso ha messo in guardia dall’“automation bias”, la tendenza ad affidarsi acriticamente agli algoritmi: serve “una supervisione umana competente, effettiva e capace di dissentire”, perché “la responsabilità deve essere sempre di un soggetto umano”. Il pericolo, ha aggiunto, è “delegare fino alla sostituzione”, con “nuove atrofie” cognitive e relazionali di cui non è responsabile la macchina, ma che sono “colpa della nostra ambigua relazionalità con l’intelligenza artificiale”. Se la tecnologia solleva il medico dalla burocrazia, quel tempo va restituito al paziente: “Il tempo dell’ascolto non è necessariamente un tempo sottratto all’efficienza della cura”.