Incontro Cei sul Mediterraneo: mons. Antoniazzi (Tunisi), appello ai migranti africani “non partite”

Ilario Antoniazzi

“Vorrei che dall’incontro di Bari uscisse un grido: giovani non partite, vogliate bene al vostro Paese. Perché la vita in Europa non è così facile come immaginate. Una cosa è fuggire da un Paese dove c’è la guerra e la fame. Ma molti hanno l’illusione di trovare l’Eldorado. Preferiscono rischiare di morire nel Mediterraneo piuttosto che tornare con disonore e senza soldi a casa”. È questo il pensiero di mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi, in vista dell’incontro “Mediterraneo frontiera di pace” che si svolge a Bari da oggi al 23 febbraio, organizzato dalla Cei. Vi partecipano vescovi di 20 Paesi delle sponde Nord e Sud. La visita di Papa Francesco chiuderà l’evento. Dal 2013 mons. Antoniazzi è alla guida della Chiesa cattolica in Tunisia, composta da circa 30-40.000 fedeli, “sono statistiche molto fragili”, precisa, “perché ci sono persone che vengono e altre che se ne vanno”. Anche tanti uomini e donna provenienti dall’Africa subsahariana si fermano lì per un po’ di tempo, frequentano la cattedrale di Tunisi e poi rischiano il viaggio della speranza nel Mediterraneo. Molti non tornano più. Mons. Antoniazzi ascolta le loro storie e sofferenze. Negli anni si è convinto che sarebbe meglio che non partissero. “Se mettiamo insieme le spese per il biglietto aereo, il viaggio, l’affitto in Tunisia – senza contare il rischio che cadano nelle mani dei trafficanti -, con quegli stessi soldi potrebbero realizzare un progetto di vita e lavoro nel proprio Paese”, sostiene. “In Tunisia – spiega – li aiutiamo tramite piccoli progetti con le Caritas della Costa d’Avorio e del Congo. Facciamo il possibile per contribuire al biglietto dell’aereo per tornare a casa. Cerchiamo di convincere questi giovani a non abbandonare il proprio Paese. Ma il lavoro va fatto anche a monte dalle Chiese di provenienza”. In Italia, prosegue, “si dice che dobbiamo accoglierli bene, con dignità, ed è giustissimo. Ma queste frasi, quando arrivano da noi, sono considerate come un invito a partire. È una interpretazione non corretta e la sento ripetere molte volte da giovani che hanno già deciso di partire. Si attaccano a qualsiasi parola per dire a se stessi che è giusto rischiare. Questo non vuol dire che chi vive in un Paese in guerra debba rimanere e farsi uccidere. Se arrivano in Europa è giusto che siano accolti con dignità e rispettati. Ma ancora prima chiediamoci se possiamo fare qualcosa per i loro Paesi”.

 

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