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Incontro Cei su Mediterraneo. Mons. Antoniazzi (Tunisi): “Giovani, non partite. Vogliate bene al vostro Paese”

Alla guida della piccola Chiesa cattolica in Tunisia dal 2013, mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi, è tra i vescovi dei 20 Paesi che partecipano all'incontro “Mediterraneo frontiera di pace” che la Cei promuove a Bari (19-23 febbraio)

Ilario Antoniazzi

Una piccola Chiesa in continuo movimento. È costituita principalmente da studenti, migranti subsahariani, imprenditori, pensionati europei. Che rimangono in Tunisia alcuni anni, poi se ne vanno. Ma altrettanti ne arrivano. “Ogni tre o quattro anni cambiamo fedeli. E questa è la difficoltà della nostra pastorale. Non possiamo fare progetti a lungo termine”.  Così descrive la sua comunità cristiana mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi. Di origini venete, già a 14 anni si trasferisce in Medio Oriente per entrare nel seminario del patriarcato di Gerusalemme dei Latini. Dal 2013 è alla guida della Chiesa cattolica in Tunisia, composta da circa 30-40.000 fedeli “ma sono statistiche molto fragili”, precisa. La cattedrale, situata in pieno centro di Tunisi, sulla avenue Bourguiba, celebre per le manifestazioni della primavera araba nel 2011, è luogo di incontro di persone da diversi Paesi. Anche tanti uomini e donna provenienti dall’Africa subsahariana si fermano lì per un po’ di tempo e poi rischiano il viaggio della speranza nel Mediterraneo. Molti non tornano più. Mons. Antoniazzi ascolta le loro storie e sofferenze. Negli anni si è convinto che sarebbe meglio che non partissero, il rischio è troppo alto. “Se mettiamo insieme le spese per il biglietto aereo, il viaggio, l’affitto in Tunisia – senza contare il pericolo che cadano nelle mani dei trafficanti -, con quegli stessi soldi potrebbero realizzare un progetto di vita e lavoro nel proprio Paese”, sostiene. È con questo spirito che l’arcivescovo di Tunisi partecipa, insieme ai confratelli di 20 Paesi delle sponde Nord e Sud, all’incontro “Mediterraneo frontiera di pace” che si svolgerà a Bari da oggi, 19, al 23 febbraio, organizzato dalla Cei. La visita di Papa Francesco chiuderà l’evento.

Di cosa ha bisogno oggi la Chiesa della Tunisia? E come dialogate con l’Islam?

La Chiesa di Tunisi è di periferia e un po’ ignorata. Il nostro islam non è quello del Medio Oriente. Qui ci sono alcune limitazioni ma non siamo minacciati, insultati. In questi ultimi tempi abbiamo avuto la gioia di vedere la Tunisia aprirsi sempre di più verso il cristianesimo. Ad esempio ci interpellano anche i ministri per sapere la posizione della Chiesa sulla bioetica, sul perdono, sulla pace. Questo è molto interessante perché fino a qualche anno fa era come se non esistessimo. Non è che le porte siano spalancate ma è bello constatare che la Chiesa inizia ad avere un ruolo nella società tunisina. Le nostre scuole, ad esempio, sono frequentate da alunni musulmani, i professori sono musulmani, l’unico cristiano è il direttore o la direttrice. Molti genitori preferiscono mandare i loro figli da noi perché diamo valori e principi.

Cosa chiedete alla società tunisina?

Chiediamo prima di tutto di accoglierci, perché siamo tutti stranieri e uno straniero non ha autorevolezza in casa di altri. Cristiani tunisini ufficialmente non ce ne sono. Adesso nella Costituzione tunisina c’è la libertà di coscienza e questo è un passo nuovo. Ma la mentalità non è ancora cambiata del tutto, forse dovrà passare una generazione. Perciò è meglio non provocare e fare piccoli passi. In Tunisia si sperava che la primavera araba facesse miracoli, invece ci si è accorti che è difficile cambiare le persone e la mentalità. Non c’è più occupazione, rispetto a prima. Siamo ancora ad un livello adolescenziale della democrazia. Però deve passare del tempo. Poi manca una direzione chiara, soprattutto in questo periodo: siamo senza un governo e non sappiamo ancora cosa può succedere.

Lei incontra tanti africani subsahariani che vogliono tentare la traversata del Mediterraneo. Cosa auspica in occasione dell’incontro di Bari?

Vorrei che da questo incontro di Bari uscisse un grido: giovani non partite, vogliate bene al vostro Paese.

Perché la vita in Europa non è così facile come immaginate. Una cosa è fuggire da un Paese dove c’è la guerra e la fame. Ma molti hanno l’illusione di trovare l’Eldorado. Preferiscono rischiare di morire nel Mediterraneo piuttosto che tornare con disonore e senza soldi a casa. In Tunisia li aiutiamo tramite piccoli progetti con le Caritas della Costa d’Avorio, del Congo. Facciamo il possibile per contribuire al biglietto dell’aereo per tornare a casa. In Africa si dice che se un solo albero viene sradicato dalla collina non c’è problema. Ma quando tanti alberi vengono sradicati, la collina rischia di crollare. Cerchiamo di convincere questi giovani a non abbandonare il proprio Paese. Ma il lavoro va fatto anche a monte dalle Chiese di provenienza.

La collaborazione con le Chiese di provenienza può essere quindi un tema da sottolineare a Bari?

Certamente. In Uganda ho assistito ad una riunione di vescovi africani e mi sono meravigliato molto: il problema dei migranti non era al primo posto. Perché loro li vedono partire contenti. Invece noi in Tunisia li accogliamo e ascoltiamo i loro drammi. Moltissimi sono passati nella nostra Chiesa e poi partiti dai porti tunisini e arrivati a Lampedusa. Oppure andavano in Libia e lì cadevano nelle mani dei trafficanti, che chiedevano loro grosse somme. Tanti muoiono in mare e li dobbiamo seppellire.

Pensa che il Mediterraneo potrà mai diventare un luogo che rispetti i diritti e la dignità dei migranti?

Miracoli non me ne aspetto. Se ci sono ancora tante navi che salvano migranti vuol dire che il fenomeno non si arresta. In Italia si dice che dobbiamo accoglierli bene, con dignità, ed è giustissimo. Ma queste frasi, quando arrivano da noi, sono considerate come un invito a partire. È una interpretazione non corretta e la sento ripetere molte volte da giovani che hanno già deciso di partire. Si attaccano a qualsiasi frase e parola per dire a se stessi che è giusto rischiare.

Questo non vuol dire che chi vive in un Paese in guerra debba rimanere e farsi uccidere. Se arrivano in Europa è giusto che siano accolti con dignità e rispettati. Ma ancora prima chiediamoci se possiamo fare qualcosa per i loro Paesi.

 

 

 

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