“Servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé”. Ne è convinto il Papa, che nel suo primo discorso a Madrid, rivolto alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, ha citato “due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini: Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, “che divennero amici nella passione per il Mistero divino”. “La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà”, ha osservato Leone XIV, menzionando in particolare il tema della notte, che ci è di aiuto “nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca”. “Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – ‘felice notte’ – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere”. “Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento”, ha attualizzato Leone.