Carcere: Sassari, siglata oggi l’intesa tra Cnupp e Andisu per il sostegno agli studenti iscritti ai Poli penitenziari universitari

Il diritto allo studio entra nel cuore delle politiche di inclusione e reinserimento sociale. Nel corso dell’Assemblea nazionale della Cnupp – Conferenza nazionale dei Poli universitari penitenziari – celebrata a Sassari è stato sottoscritto oggi il protocollo d’intesa tra Cnupp e Andisu, un accordo che rafforza la collaborazione tra Università ed enti per il diritto allo studio a sostegno delle persone detenute che scelgono di intraprendere un percorso universitario.
Per il presidente di Andisu, Emilio Di Marzio, l’intesa rappresenta “una delle espressioni più alte del diritto allo studio”, perché restituisce centralità a chi, pur vivendo una condizione di privazione della libertà, sceglie di affidarsi alla cultura e alla formazione per costruire una nuova possibilità di vita. Il presidente di Andisu ha sottolineato che sostenere gli studenti detenuti significa dare piena attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una finalità rieducativa e di reinserimento sociale. “Non parliamo soltanto di costruire un dopo professionale”, ha spiegato, ma di offrire spesso “ossigeno per l’anima a uomini e donne che, in molti casi, cercano nello studio un modo per recuperare dignità, ritrovare sé stessi e riallacciare relazioni familiari e affettive”.
II presidente della Cnupp, Giancarlo Monina, ha ribadito il valore trasformativo dell’Università all’interno del sistema penitenziario. “Lo studio in carcere è riscatto, ricostruzione della dignità e possibilità concreta di immaginare un futuro diverso”, ha spiegato, evidenziando come il percorso universitario consenta alle persone detenute di tornare a sentirsi parte della società. Monina ha inoltre ricordato la crescita costante del sistema dei Poli universitari penitenziari: “Oggi sono 1.978 i detenuti iscritti all’Università in Italia, all’interno di una rete che coinvolge 55 atenei e circa 900 persone tra docenti, tutor e personale amministrativo impegnate ogni giorno a rendere concreto il diritto allo studio in carcere. Tra i dati più significativi emerge la crescita della presenza femminile: le detenute universitarie sono oggi 104, quasi il doppio rispetto allo scorso anno, un dato che rappresenta il 3,5% dell’intera popolazione detenuta femminile italiana e che testimonia una partecipazione sempre più significativa delle donne ai percorsi universitari in carcere”. Se in passato la facoltà più frequentata era Giurisprudenza, oggi i percorsi più scelti appartengono all’area politico-sociale – Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione – che rappresentano circa il 25% degli iscritti, mentre l’area giuridica si attesta attorno al 13%.
Lo studio universitario in carcere produce inoltre effetti concreti anche sul piano sociale. I dati sulla recidiva mostrano infatti come tra i detenuti che intraprendono un percorso universitario il rischio di tornare a delinquere si riduca del 70%. Un risultato che rafforza il valore pubblico dell’investimento nella formazione come leva di inclusione, sicurezza sociale e ricostruzione della persona.

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