“La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti”. Lo scrive il Papa, nel quinto capitolo della Magnifica Humanitas, in cui mette in guardia dal rischio che “la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile”. Di fronte a “forme ibride” di guerra come attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche, l’IA è un “fattore di accelerazione”, alimentando “una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a danno collaterale”. Bisogna scegliere, dunque, tra “due logiche opposte”: la “cultura della potenza”, fatta di “polarizzazioni e violenze”, e la “civiltà dell’amore”, che “consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune”. No, allora, alla “normalizzazione della guerra” e alla “corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti”; sì, invece, all’impegno della “gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace”.