È necessario “cogliere”, all’interno del tempo della Quaresima, “la proposta che viene, da una parte, dalla Liturgia della Parola che è stata proclamata, e dall’altra dal momento che stiamo vivendo, qui, con le reliquie della terra del transito di san Francesco d’Assisi. E, al di là della sensazione o anche della suggestione del momento, con la Parola del Signore possiamo riflettere sui due simboli che ci vengono proposti questa sera: la terra e l’acqua che dobbiamo tenere insieme, segno della nostra storia concreta che viene abitata da Dio perché solo la presenza di Dio dentro la nostra vita è quell’acqua che quando non abbiamo sete, magari non la consideriamo, ma la chiediamo quando la terra è arida e cerca vita”. Lo ha detto il vescovo di Lamezia Terme, mons. Serafino Parisi, nell’omelia della messa con cui si è conclusa la tre giorni di esposizione della reliquia della terra del transito di san Francesco d’Assisi che, al termine della celebrazione eucaristica, ha lasciato la cattedrale lametina per proseguire la peregrinatio in tutte le diocesi italiane per le celebrazione degli 800 anni dalla morte del Poverello di Assisi. “La terra – ha detto il presule – non è qualche cosa distante o diversa da noi, perché noi siamo fatti di terra, di polvere. E proprio all’inizio della Quaresima ci è stato detto che ‘polvere siamo e in polvere ritorneremo’. Per cui, quando pensiamo alla terra, dobbiamo pensare alla nostra realtà che ci costituisce, che ci dà la possibilità di vivere anche le relazioni: il corpo che diventa occasione di incontro, di scambio, di novità, di bellezza, di vita. Però, dall’altra parte, dice il nostro limite, la nostra fragilità, la nota distintiva che è quella della nostra creaturalità, cioè la filitudine”. “L’altro elemento, che è anche un elemento quaresimale – ha aggiunto mons. Parisi – è quello dell’acqua. Oggi lo abbiamo ascoltato almeno in due momenti. Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, quando avevano da poco attraversato il Mar Rosso ed erano stati salvati perché l’acqua aveva aperto un passaggio, per farli passare dalla notte alla luce, dalla morte alla vita. Arrivati dall’altra parte si trovano nel deserto senza acqua” e “protestano nei confronti di Dio perché stavano per morire. Mancava l’elemento essenziale della loro vita, non solo nel deserto dove, forse, si sente ancora di più, ma anche nella quotidianità dell’esistenza: l’acqua, quella che la Samaritana cercava, quella che avrebbe dato refrigerio anche a Gesù nella domanda ‘dammi da bere’. E, poi, nel capovolgimento delle parti perché sarà Gesù che darà da bere l’acqua della vita alla Samaritana che ritorna a vivere, a relazionarsi con tutti. Anzi, scappa per annunciare di aver incontrato il Messia”. “L’acqua che il Signore ci dà – ha concluso il presule lametino – quando magari protestiamo e perdiamo le speranze, ci dà la forza, non di evitare l’arsura, ma di attraversare il deserto e, una volta che l’abbiamo attraversato, ci troviamo lì nella scoperta che noi possiamo vivere se riusciamo a tenere insieme sempre quella polvere che dice la nostra origine e la nostra fine, quindi la creaturalità, e quell’acqua che dice la vita di Dio dentro la nostra carne, cioè il respiro di Dio che ci dà la forza di poter andare avanti”.