Terra Santa: card. Pizzaballa, “il Vangelo delle Beatitudini non è una parola di evasione, ma una forza che impedisce di chiudersi nella rassegnazione”

(Foto Siciliani - Gennari/SIR)

“In una terra segnata da ferite profonde, il Vangelo delle Beatitudini non è una parola di evasione, ma una forza che impedisce di chiudersi nella rassegnazione”. Lo ha affermato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, nell’omelia pronunciata ieri al Monte delle Beatitudini, luogo del Discorso della Montagna. Richiamando il contesto della Terra Santa attraversata dal conflitto, il Patriarca ha sottolineato che “qui il dolore, la paura e la sfiducia rischiano di diventare criteri di vita”, ma “le parole di Gesù indicano un’altra via, quella dello sguardo di Dio sull’uomo e sulla storia”. Secondo Pizzaballa, “le Beatitudini non negano il male, ma insegnano a non lasciarsi definire da esso”. “Beati i poveri in spirito – ha spiegato – non perché manchi qualcosa, ma perché non si aggrappano alle proprie sicurezze, nemmeno quando tutto sembra crollare”. In un territorio segnato da divisioni e tensioni, ha aggiunto, “questa povertà diventa libertà interiore, capacità di affidarsi e di restare aperti all’altro”. La giustizia: “è una parola ferita – invocata, negata, sfruttata. Gesù riconosce questa fame come una beatitudine, senza chiederci di rinunciarvi. Avere fame di giustizia significa rifiutarsi di rassegnarsi all’ingiustizia, evitando allo stesso tempo l’assolutizzazione della nostra idea di giustizia; significa cercare una giustizia che non distrugga gli altri, non costruisca nuovi muri e non crei nuove vittime”. Un passaggio centrale dell’omelia è stato dedicato alla pace intesa non come risultato di equilibri di potere ma come frutto di cuori riconciliati. “Gesù non dice: ‘Beati coloro che parlano di pace’, ma ‘pacificatori’: la pace è un compito – laborioso, lento, fragile – che richiede perseveranza, pazienza e la volontà di perdere qualcosa. Essere pacificatori spesso significa lavorare senza riconoscimento, senza risultati immediati, a volte in silenzio”. Il cardinale ha ricordato che “la mitezza, la misericordia e il pianto di cui parla il Vangelo non sono segni di debolezza”, ma “la forma concreta di una fede che continua a credere che il Regno di Dio è già all’opera, anche dentro una storia ferita”. Per i cristiani in Terra Santa, ha ricordato, “la mitezza è una forma elevata di resistenza spirituale: significa restare presenti senza aggressione e continuare a credere che gli altri non siano riducibili al male che fanno o soffrono. La mitezza è una scelta radicale, quasi scandalosa: rimanere umani quando tutto ci spinge a disumanizzare gli altri, vedere una persona anche dove è più facile vedere un nemico. È forse una delle testimonianze più forti: una presenza fedele, non aggressiva, non ideologica”. Concludendo, Pizzaballa ha invitato la Chiesa in Terra Santa a “vivere le Beatitudini come stile quotidiano”, sottolineando che “non sono promesse rimandate al futuro, ma una presenza reale di Dio che accompagna il suo popolo anche nel tempo della prova”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Diocesi