(Milano) “Il punto di riferimento è la comunità cristiana, ecco perché la comunicazione non è un addendum, ma ciò che rende specifica la comunità stessa”. A dirlo è stato, prendendo la parola a Milano nella terza sessione del convegno dal titolo “Abitare i media: educazione, ricerca e pratiche” per i 20 anni del Cremit, Vincenzo Corrado, direttore ufficio Comunicazioni sociali della Cei. Segnalando alcune date di riferimento – quali il 1963 con l’enciclica di Paolo VI “Inter Mirifica”, il 1990 con la “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II, “per cui si è passati da una visione strumentale dei media al portare la visione cristiana nella cultura fatta dai media”, il 2004 con la pubblicazione del “Direttorio sulle comunicazioni sociali” della Chiesa e il decennio 2010-2020 dedicato all’educazione – Corrado è arrivato al 2025 “quando si rilancia la presenza della comunità cristiana nella comunicazione attraverso il ruolo dell’educazione”. “A questa evoluzione – ha continuato il direttore – è legato anche il cambio del modello pastorale: dalla linearità, in cui la Chiesa usa gli strumenti per raggiungere dei destinatari, a una circolarità. Se la comunicazione è il modo in cui la Chiesa agisce, educare ai media significa educare la Chiesa a essere ciò che comunica. In questi venti anni la media education è diventata così occasione di cittadinanza e ha raggiunto la pastorale”. E questo perché “la Chiesa non è semplicemente un’istituzione che dà degli indirizzi, ma ha un ruolo testimoniale, specie in un contesto nel quale i media sono cambiati”.
Da qui l’importanza del rapporto con il Cremit. “In un contesto completamente nuovo non ci si improvvisa, ma ci si educa promuovendo nuove forme di prossimità, come diceva Papa Francesco. Questo è davvero il momento di farlo, perché non si tratta unicamente dell’utilizzo degli strumenti, ma di assumere una postura con nuove forme di prossimità di una comunità cristiana che sia davvero parte integrante dell’ambiente che già abita”. A conclusione del suo intervento, Vincenzo Corrado indica anche le sfide che attendono, declinandole attraverso tre verbi. «Attuare, perché dobbiamo lavorare molto sulla consapevolezza delle comunità; attualizzare, per tenere insieme le sfide che mutano, dall’intelligenza artificiale in avanti, senza ripetere formule; formare, perché il nostro compito precipuo è aiutare le comunità a formarsi e formare chi forma”.