Università Cattolica: i 20 anni del Cremit. Rivoltella (fondatore), “luogo dove imparare facendo pratica”

(Milano) Nel convegno che, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, ha celebrato i 20 anni del Cremit, un lungo appaluso, dopo il contributo video della docente americana Renee Hobbs, ha salutato l’intervento di Pier Cesare Rivoltella, fondatore del Centro e oggi docente presso l’Università di Bologna. “Abbiamo iniziato nel 2006, ma fin dai tempi dell’educazione all’immagine nella scuola media unica degli anni ‘60 e, poi, con i cineforum e le associazioni si era già fatto molto lavoro”, ha detto, ricordando diverse figure di amici, collaboratori e pionieri insigni della materia come Cesare Scurati. “In tema di media education, il rischio era che lo spazio tra pedagogisti e mediazionisti rimanesse vuoto e bisognava riempirlo. Occorreva andare oltre la separazione tra teorici e pratici, gli uni in cattedra e, gli altri, in trincea e, di fatto, il Cremit già dal 2004, cominciò a sviluppare attività di ricerca e di formazione. Essere capaci di riconoscere la manipolazione è indispensabile, ma bisogna anche evitare di produrla: il Cremit nasce da questa sfida. Ho immaginato il Centro come un luogo dove imparare facendo pratica in un apprendistato che ha bisogno di tempo e qualcuno disposto a donarlo agli altri. Come diceva don Milani, il compito degli insegnanti è far vibrare i ragazzi donando il proprio tempo per farli crescere”.
Non è mancato, nelle parole del fondatore, un riferimento all’oggi. “Una connessione può sostenere una prossimità, ma occorrono persone che se ne prendano cura e, allora, diventa evidente quanto un’esperienza educativa richieda progettazione e vada sostenuta. Oggi gli agenti intelligenti ci costringono a ragionare di nuovi alfabeti e la domanda su chi parla dietro un messaggio si fa più complessa. Occorre chiedersi quale parte di lavoro intellettuale stiamo delegando alle macchine. L’opacità dei media è un problema, anche di fronte a un testo plausibile dobbiamo tornare a fare domande, soprattutto relativamente a come questi strumenti vengono usati. Qui la media education ritrova la propria dimensione politica”.
Particolarmente interessante il report di Giovanna Mascheroni, sociologa della Cattolica e coordinatrice di “Eu kids”. “Siamo il Paese europeo in cui c’è la più bassa percezione, tra i ragazzi, di sicurezza on line: di fronte al 46% in Europa, in Italia siamo al 19%, e, tuttavia, gli adolescenti italiani sono ai primi porti per utilizzo dell’Ia. Usata per risparmiare tempo nel fare soprattutto i compiti, ma non solo, anche come supporto alla creatività e persino per mettere alla prova l’intelligenza artificiale stessa. Un dato molto significativo è la connotazione in termini di genere: i ragazzi cercano di sfidarla per vederne i limiti, mentre le ragazze sono orientate più alla creatività. Gli adolescenti e preadolescenti sono già consapevoli dei rischi che porta con sé l’Ia e vorrebbero che chi progetta i sistemi abbia dei paletti. Desiderano più educazione e accompagnamento da parte della scuola e degli insegnanti: questa è la consegna per tutti”.

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