Politica internazionale: Giovani Acli, un Manifesto per “disarmare le parole”

“Le parole cambiano il mondo prima che lo facciano le armi. Anticipano e accompagnano l’uso delle armi, giustificano o nascondono le sue conseguenze. Non è un modo di dire. È la lezione più antica della storia, quella che ogni generazione dimentica e ogni guerra riconferma. Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato. Prima che qualcuno venga espulso, qualcuno lo ha chiamato ‘invasore’. Prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso nemico con una parola”. Così inizia il “Manifesto per una politica che costruisce, non distrugge” redatto dai Giovani delle Acli e inviato a tutti i 720 membri del Parlamento europeo, con la richiesta di sottoscriverlo e rispettarlo.
“Vi chiediamo di ricordare, ogni volta che parlate in pubblico, che le vostre parole non sono parole qualunque – si legge nel testo inviato agli europarlamentari -. Sono parole che arrivano a milioni di persone, che formano opinioni, costruiscono immaginari, legittimano comportamenti. Il linguaggio istituzionale viene copiato, amplificato, radicalizzato. Chi occupa una carica pubblica è responsabile anche di questo effetto, che lo voglia o no”.
Il Manifesto prende forza anche da un paragrafo contenuto nell’enciclica di Leone XIV, “Magnifica Humanitas” dove si parla di “disarmare il discorso” e “le parole”.
“Siamo grati a Papa Leone, perché dall’inizio del suo pontificato, in continuità con il suo predecessore, ha sempre messo l’accento sull’importanza della pace, non pace come assenza di conflitto, ma pace come scelta attiva e concreta – ha dichiarato Simone Romagnoli, coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli -. L’idea nasce da lontano e in particolare è iniziata con il progetto ‘Generazione conflitti?’, un’indagine su come i giovani europei percepiscano il linguaggio pubblico in questo tempo di guerre e crisi globali. I dati sono abbastanza chiari: quasi il 60% degli under 35 giudica il linguaggio politico-mediatico piuttosto aggressivo e di parte o esplicitamente ostile. Questo significa che la mia generazione considera il linguaggio ostile come parte del linguaggio pubblico, quando dovrebbe essere esattamente il contrario perché non parliamo solo di numeri ma dell’essenza stessa della democrazia”.
Di qui l’appello: “Vi chiediamo di sottoscrivere un impegno concreto e verificabile: usare verbi che costruiscono — proporre, riformare, trasformare, negoziare — invece di verbi che annientano; rinunciare all’iperbole permanente, perché non tutto è storico, finale, irreversibile, e chi lo dice ogni giorno perde la fiducia di chi ascolta; separare sempre la critica delle idee dalla squalifica morale di chi le sostiene; evitare di ridurre gruppi di persone a etichette — nessuno è un invasore, un peso, un parassita, un nemico del popolo; sostituire il linguaggio dell’emergenza con quello della complessità, perché l’emergenza sospende il pensiero e la politica dovrebbe riattivarlo. E infine, vi chiediamo di rendere pubblico questo impegno, e di costruire e presidiare spazi di dialogo e di parola ‘ben tenuti’”.

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