“La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie”. Lo scrive il Papa, nella sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”, in cui afferma che la tecnologia “non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. “Per questo la prima scelta non è tra un ‘sì’ o un ‘no’ alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”. No, dunque, alla “sindrome di Babele”: “l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”. È questo, per Leone XIV, “il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo -, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la ‘via di Neemia’, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati”.