Di fronte all’annuncio del Governo cileno di dare urgenza immediata al disegno di legge sull’eutanasia, l’arcivescovo di Santiago del Cile, il card. Fernando Chomali, ha dichiarato a Radio Bío Bío che le persone più fragili, come i malati terminali o i nascituri, sono quelle che restano più indifese. “Questo è l’Occidente, che ci misura in base alla nostra capacità di produrre e consumare”, ha fatto notare, proseguendo: “Ogni vita umana merita rispetto dal concepimento fino alla morte naturale”, mentre l’eutanasia può essere considerata “l’eliminazione deliberata di un essere umano”. Il porporato ha, quindi, insistito sul fatto che la medicina deve “curare, guarire e consolare, mai eliminare un essere umano”. Allo stesso modo, ha escluso di cadere in “eccessivi tecnicismi”, mentre servono, piuttosto, cure “proporzionate alla malattia”, senza accanimento. “Penso che questo sia il tema di una società estremamente individualista e superficiale”, ha proseguito Chomali, invitando i legislatori a “non cadere nella tentazione di legiferare su una materia estremamente complessa”.
Il cardinale ha anche riproposto una sua articolata riflessione sul tema, pubblicata nel 2020, in cui proponeva una lettura etica, medica, giuridica e pastorale sul tema, affrontando le tensioni che emergono tra il diritto a una morte dignitosa, la libertà individuale, il valore intrinseco della vita umana e la funzione del sistema sanitario. La riflessione è attraversata da una domanda centrale: cosa dice di una società il modo in cui tratta i suoi malati e coloro che sono alla fine della loro vita? “Una società, che non è in grado di prendersi cura dei malati, di dare il meglio di sé per rendere più umana la loro precaria esistenza, è una società che ha perso la bussola”, afferma il card. Chomali nel documento.