“La libertà di religione o di credo è cartina di tornasole del rispetto di tutti gli altri diritti umani, perché ne è insieme la sintesi e la chiave di volta”. Lo ha detto ieri mons. Paul R. Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, intervenendo a Roma al convegno “Religioni e diplomazia”, promosso dall’associazione internazionale Carità politica nel trentesimo anniversario della fondazione. Il fattore religioso, ha osservato il presule, non va considerato un problema di ordine o di sicurezza: “È in questa prospettiva, e non in quella del contenimento, che a mio avviso va impostato il rapporto fra religioni e diplomazia”. Gallagher ha messo in guardia dal ridurre l’appartenenza religiosa a una “bandiera che distingue i nostri dai loro”: “Ogni volta che questa identificazione viene predicata, la religione cessa di essere una risposta alla domanda sul senso e diventa il censimento di un fronte”. L’antidoto, ha spiegato, “non è l’attenuazione delle identità, ma la loro maturità”. Le comunità religiose, pur non sedendo ai tavoli negoziali, sanno parlare alle coscienze e possono aiutare la diplomazia a placare le tensioni, purché restino libere e non “arruolate a un potere”. “Chi difende la libertà religiosa di un altro, quale che sia la fede di quell’altro, difende in realtà anche la propria”, ha concluso: “E una società che smette di riconoscere quel limite non diventa più neutrale: diventa soltanto meno libera”.