Anna ha tre anni: si chiamerebbe Alan, perché è un maschietto, ma si identifica al femminile, con “preferenze di gioco, abbigliamento e ruoli sociali tipicamente associati al genere femminile (…) Il pediatra fornisce quindi riferimenti di centri specialistici, associazioni e materiali informativi”. Alan-Anna costituirebbe un caso di “varianza di genere”. Successivamente al momento dell’iscrizione alla scuola primaria “viene quindi attivata una carriera alias per superare le criticità legate all’uso del nome anagrafico, all’uso del grembiule e dei bagni scolastici”. In poche parole, già dai banchi della materna Alan sarà a tutti gli effetti Anna, indosserà il grembiulino bianco come le bambine e userà il loro stesso bagno. Il caso è riportato in “Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente”, a cura della Società italiana di pediatria (Sip) e dell’Associazione culturale pediatri (Acp). “La pubblicazione è stata accolta da notevoli polemiche – sottolinea Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – in seguito alle quali l’Istituto superiore di sanità (Iss) ha ritenuto di dover chiarire che nessuna presentazione della guida è prevista, come precedentemente annunciato, nell’ambito del congresso dell’Acp in programma il 5 novembre prossimo presso lo stesso Iss”.
“Se il caso di Alan-Anna fosse reale – secondo Terragni – meriterebbe di essere attenzionato dalle autorità sanitarie italiane. L’idea di avviare la carriera alias per un bambino di tre anni appare sconcertante, per quanto in linea con gli standard di cura di Wpath e di altre associazioni transgender e LGBTQIA+, associazioni menzionate nella sitografia allegata alla guida. Ma gli standard di cura di Wpath, da tempo oggetto di discussione dopo lo scandalo dei cosiddetti Wpath Files, e mentre è in corso un’azione legale da parte della Federal Trade Commission americana che accusa Wpath di frode nei confronti dei consumatori per aver fatto affermazioni false o non supportate da prove sul trattamento dei minori, non offrono sufficienti garanzie di scientificità, garanzie da cui una società scientifica come quella dei pediatri italiani non dovrebbe prescindere”.
“In particolare, sull’avvio di carriere alias – prosegue Terragni – il monumentale rapporto Cass del 2024, revisione indipendente commissionata dal governo inglese sulla disforia di genere nei minori, ha chiarito che ‘quando si prendono decisioni sulla transizione sociale dei bambini in età prepuberale si dovrebbe garantire che possano essere visitati prima possibile da un professionista clinico con esperienza in materia’. La transizione sociale come risposta a un possibile momento di incertezza, esperienza comunissima nella vita dei bambini e degli adolescenti, troppo spesso infatti si è rivelata come un passo senza ritorno, punto di avvio della cosiddetta ‘terapia affermativa’ che passa dai bloccanti della pubertà per arrivare a 16 anni agli ormoni cross sex e alla chirurgia”.