I bambini sono capaci di attribuire preferenze, intenzioni ed emozioni a uno sguardo umano, non a quello di un robot. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Child Interaction, coordinato da Antonella Marchetti, direttrice del Dipartimento di psicologia dell’Università Cattolica di Milano e del Ceritom (Centro di ricerca sulla teoria della mente e le competenze sociali nel ciclo di vita), in collaborazione con studiosi di Tokyo e Osaka. La ricerca ha coinvolto bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni per esplorare come uno sguardo umano o di un robot possa suscitare impressioni differenti nella mente dei piccoli. I risultati mostrano che i piccoli interpretano lo sguardo umano come un segnale ricco di significato: se un individuo guarda un oggetto, i bambini tendono a pensare che quell’oggetto gli piaccia. Lo stesso non accade, però, quando a guardare l’oggetto è un umanoide. “Ciò non significa che i robot non possano svolgere un ruolo educativo o sociale – spiega Marchetti -. Suggerisce però che non basta imitare in un robot un singolo segnale umano per renderlo davvero comunicativo agli occhi di un bambino. Per progettare tecnologie intelligenti per l’infanzia servono interazioni più ricche, naturali e adatte allo sviluppo”. Questi risultati hanno ricadute rilevanti anche nell’autismo, ambito in cui i robot umanoidi sono sempre più studiati come strumenti di supporto per interventi riabilitativi. Capire a quali condizioni un bambino interpreta lo sguardo di un robot come un segnale intenzionale può aiutare a progettare interventi più mirati, naturali e sensibili allo sviluppo.