“Nella loro complessità, i vissuti mediterranei costituiscono una realtà da ascoltare e leggere in profondità, senza fretta. Il criterio interpretativo per una lettura teologica è dato dal mistero della Pasqua e dal suo operare come fermento al cuore di ogni storia”. È quanto si legge nelle Note di metodo per una teologia dal Mediterraneo, diffuse oggi dalla Rete Teologica Mediterranea (RTMed), in occasione degli Incontri mediterranei di Barcellona.
“Il Cristo è il tra che si declina a tutti i livelli: è al centro di posizione statica, ma nel punto dinamico dove si attraversano soglie, cuori aperti (Mt 18,20)”. Alla luce della rivelazione cristiana, il “traˮ ha “paradossalmente valenza ontologica in quanto ci riconsegna al legame vitale tra il Creatore e le creature che non redime solo gli individui storici, bensì le loro relazioni”.
È nel “traˮ dunque “lo specifico di un modo mediterraneo di fare teologia perché il tra è il criterio che questo mare ci consegna nel suo stesso modo di essere. Mare tra le terre che separa e unisce, capace di mostrarci quanto i confini siano necessari per non cancellare le identità e quanto essi siano fatti per essere attraversati, per vitalizzare le stesse identità, in un andare e tornare che non ammette superiorità o logiche di prevaricazione, bensì quel mutuo scambio di doni che è principio di civiltà e criterio di una fraternità possibile”.
Il Mediterraneo, quale cifra paradigmatica, impegna anche la teologia “a un nuovo pensiero che si costruisce in una diversa pratica circa il rapporto con lʼalterità e la diversità culturale e religiosa. Un pensiero e una pratica che liberano dallʼansia di sentirsi minacciati dalla perdita di identità così come dallʼabbraccio soffocante con il potere in qualunque sua forma”.
In forza del dialogo interculturale e interreligioso “è possibile, dunque, riconoscere il valore dellʼaltro e con esso lʼazione di Dio nella storia dei popoli. Il più efficace antidoto contro le identità rigide e contro la violenza è rappresentato anche da una teologia che sa abitare il ‘tra’ ed è capace di promuovere una cultura dellʼincontro. Essa contribuisce a smilitarizzare il cuore dellʼessere umano e a impegnarsi nel cammino faticoso del dialogo richiesto alle comunità per imparare a esercitare e vivere una memoria penitenziale capace di avviare processi di guarigione. Essa chiede inoltre di assumere il pluralismo e non la confessionalità dello spazio comune come educazione alla diversità, sollecitando a concepire la teologia come una teologia per la pace, una scuola in cui formarsi a prassi di riconciliazione e di giustizia”.
Una teologia che sa abitare il “traˮ favorisce “la riflessione sulla irriducibilità delle differenze religiose contribuendo così a una migliore comprensione della propria religione. Essa contribuisce altresì al riconoscimento e alla promozione delle ricchezze spirituali delle differenti tradizioni religiose, al servizio del bene comune”.