34 anni fa, allo svincolo di Capaci, rientrando a Palermo, Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo, morì, insieme agli uomini della scorta, per un attentato. “Falcone – ricorda Francesco Garofalo, presidente del Centro studi Giorgio La Pira di Cassano all’Jonio –, fu uno dei primi ad identificare Cosa Nostra come vera e propria organizzazione criminale smascherandone le fitte trame, attraverso un lavoro meticoloso di indagini accurate e condiviso con il pool antimafia. Un lavoro che sfociò nel maxi processo del 1986, grazie al quale furono condannati 346 degli imputati legati a Cosa Nostra, tra i quali: Totò Riina, Michele Greco, Pippo Calò e tutti i capi mandamenti delle province siciliane”. “Nulla, toglieremo alla intrepida testimonianza di coraggio affermando che l’importanza, che Giovanni Falcone ha saputo conquistare nella storia dei nostri tempi è, soprattutto, nel grande sforzo di intelligenza delle cose”, spiega in una nota il Centro studi: “questo sforzo ha segnato il suo essere magistrato. La memoria è anche la riappropriazione da parte della gente, dei valori che Falcone rappresentò. Il ricordo è anche la dimostrazione di una consapevolezza ormai diffusa: la lotta alla mafia, per risultare alla lunga vincente, non può essere solo delegata all’impegno istituzionale di magistrati e di Forze dell’Ordine. È stata proprio questa intuizione, in fondo, una parte non secondaria del testamento non scritto del magistrato siciliano”.