Padre Ibrahim Faltas, da decenni impegnato nelle scuole della Custodia di Terra Santa, racconta la trasformazione radicale vissuta nei territori palestinesi e le difficoltà quotidiane di studenti e insegnanti. “Quando sono arrivato nell’89 era tutto diverso: non c’era muro, la gente di Betlemme poteva andare a Tel Aviv senza problemi. Non c’era l’odio che c’è adesso”, ha detto incontrando a Pietrelcina i giovani dell’oratorio parrocchiale e la cittadinanza. Oggi, invece, “da Betlemme a Gerico è molto difficile andare. Spesso gli oltre 1000 checkpoint chiudino per divers ore”. Il religioso ha ricordato che la convivenza a Gerusalemme, città che “dovrebbe essere modello tra cristiani, musulmani ed ebrei”, è segnata da tensioni e violenze. “La strada della pace è molto più difficile della strada della guerra”, osserva, citando gli accordi di Oslo e l’uccisione di Rabin: “Quelli che hanno avuto il coraggio di fare la pace sono stati uccisi. Poche persone non vogliono la pace, ma riescono a distruggere ogni processo”. Responsabile di 18 scuole in Terra Santa p. Faltas descrive l’impatto del conflitto sui bambini: “Quando vedevano i piccoli uccisi a Gaza questi bambini mi chiedevano ‘Perchè'”. A Gerusalemme alcuni studenti “hanno fatto lo sciopero della fame , hanno fatto proteste serie: dicevano ‘come possiamo mangiare se i nostri fratelli muoiono di fame?’”. Una ragazza, racconta, “ha avuto un problema gravissimo perché ha smesso di mangiare”. Le scuole della Custodia iniziano ogni giorno con la preghiera di San Francesco e lavorano per costruire dialogo: “Le nostre scuole sono laboratori di pace”. Da anni portano studenti cristiani, musulmani ed ebrei in progetti internazionali, dall’Italia al Giappone, per farli crescere insieme: “All’inizio hanno paura l’uno dell’altro, poi diventano amici e vivono l’esperienza del dialogo”. Ma le difficoltà aumentano: “Il Ministero dell’Educazione israeliano non ha voluto dare i permessi agli insegnanti della Cisgiordania. Abbiamo 15 scuole cristiane a Gerusalemme Est e 170 insegnanti che vengono da Bethlehem: non hanno potuto entrare”. Una funzionaria israeliana ha cambiato idea dopo aver visitato una scuola: “Ha visto una bambina di 3 anni recitare la preghiera di San Francesco in ebraico. Ha pianto. Ha detto: ‘Avevo un’altra idea delle vostre scuole’”. I permessi sono arrivati solo per alcuni, fino al 7 ottobre, e molte scuole non hanno potuto aprire. Nonostante tutto, conclude p. Faltas, “tutti vogliono venire nelle nostre scuole perché sanno cosa insegniamo: dialogo, rispetto, pace. Sono gli unici progetti che ancora permettono a palestinesi e israeliani di parlarsi”.