Il teologo Ivan Nikolaev della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, riflettendo sul libro dell’Apocalisse in una meditazione della 62ª sessione di formazione ecumenica del Sae, svoltasi al Monastero di Camaldoli, ha osservato: “La gloria di Dio riempie ogni cosa e trasforma l’intera città in un unico santuario. È un’immagine che interpella profondamente anche le nostre comunità. Quanto spesso continuiamo a pensare il sacro come uno spazio limitato, quasi che Dio abitasse soltanto dentro alcuni luoghi o alcuni momenti della vita. L’Apocalisse ci ricorda invece il punto d’arrivo della storia della salvezza: Dio desidera abitare con gli uomini, non semplicemente essere occasionalmente visitato dagli uomini”.
Allargando lo sguardo, Nikolaev ha detto: “La Gerusalemme celeste non realizza l’unità eliminando le differenze. Possiamo dire che qui Giovanni descrive la piena riconciliazione tra unità e pluralità, un tema così travagliato per la nostra quotidianità ecclesiale, ma anche per l’intero movimento ecumenico”. “La Chiesa – ha aggiunto – assomiglia alla Gerusalemme celeste quando diventa abbastanza trasparente da lasciar passare la luce di Cristo. Non quando cerca di sostituirsi a Dio, ma quando permette agli uomini di incontrarlo. Non quando accumula potere, ma quando riflette la gloria dell’Agnello. Il futuro di Dio ci invita a imparare già oggi ad abitare la città degli uomini secondo la logica della Gerusalemme celeste: una città nella quale tutto diventa trasparenza e lode”.
La secolarizzazione, letta alla luce di questa pagina, “è innanzitutto un’occasione di purificazione delle nostre immagini di Dio e della comunità cristiana, indispensabile per l’avvicinamento alla purità della Gerusalemme celeste. È una via che, se vissuta con lo spirito giusto, ci può permettere una liberazione dai nostri idoli. Fino al punto in cui la pienezza dell’unione reale con Dio non sostituisca i tanti schemi che ci creiamo con la pienezza della presenza immediata”.
Ha concluso Nikolaev: “Il mondo ha bisogno di un cristianesimo che non vive delle sicurezze offerte dal potere, dal prestigio o dall’influenza sociale, ma che sia capace di custodire la propria identità senza trasformarla in una fortezza. Un cristianesimo sufficientemente trasparente da lasciare intravedere, attraverso la propria povertà e le proprie ferite, la luce dell’Agnello. Non attendiamo semplicemente un mondo migliore, ma il compimento della comunione tra Dio e l’umanità che inizia qui”.