Le ultime due meditazioni della 62ª sessione di formazione ecumenica del Sae, svoltasi al Monastero di Camaldoli dal 26 luglio al 1° agosto, sono state proposte dalla predicatrice valdese Erica Sfredda, presidente emerita del Sae, e dal teologo Ivan Nikolaev, della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, come ricorda un a nota odierna del Sae.
Per Sfredda, “l’umanità, per lo meno quella occidentale, non può più non interrogarsi sul senso anche teologico che rappresentano realtà come i morti nel Mediterraneo, le guerre, i genocidi, l’utilizzo della schiavitù e della tortura, il disastro ambientale. Per non parlare della piccola e quotidiana sofferenza che ci circonda: le donne maltrattate, le malattie, la vecchiaia abbandonata, l’infanzia abusata. Come parlare di gioia, di speranza, di impegno per il Regno di Dio in un contesto come il nostro? Come far emergere il ‘già’ e non concentrarsi solo sul ‘non ancora’?”.
“La nostra fede, spesso modesta e povera di slanci, può produrre effetti incredibili e inimmaginabili. Ma non illudiamoci: queste azioni apparentemente insignificanti richiedono di non aver paura di perdere il senso della propria importanza. Questa è anche la seconda buona notizia: non dobbiamo essere grandi, avere migliaia di seguaci per poter lavorare per il Regno di Dio. Al contrario, dobbiamo accogliere una logica totalmente diversa, prendere le distanze dalle dinamiche di potere, privilegio, egoismo, indifferenza. Dobbiamo accettare di rinunciare a noi stessi per diventare qualcosa di nuovo, un grande albero nel quale trova posto tutta l’umanità. Non uno spazio dal quale giudicare gli altri e da difendere con gli eserciti, ma un luogo ampio e accogliente dove trovare protezione, gioia, pace e benedizione. Come l’albero non discrimina gli uccelli, né li separa, così nel Regno di Dio troveremo un’ospitalità piena, universale e generale”. Secondo la predicatrice, “solo accettando che il Regno è nelle mani di Dio, cristiane e cristiani potranno, con gioia e speranza, rimboccarsi le maniche per annunciarlo”. Di qui l’invito: “Continuiamo, instancabili, a seminare e a lavorare la pasta con tutte le nostre forze e capacità, con tutto lo slancio che le nostre fedi ci donano, con tutta la gioia che il Signore distribuisce con generosità, fiduciose e fiduciosi che il risultato non è nelle nostre mani, e non dipende da noi, ma dal nostro Signore, più potente di ognuno di noi, più forte delle nostre confessioni, più grande delle nostre religioni, più amorevole di qualsiasi creatura sulla terra”.