ExpoAid: a Rimini il confronto promosso dal Serafico di Assisi, tra le principali realtà socio-sanitarie di ispirazione cristiana. “Da sempre mettiamo la persona al centro”

Una sinergia naturale tra l’impianto della riforma e la storia sul campo. È questo il filo conduttore del panel “Dove la vita fiorisce: comunità e innovazione per il Progetto di Vita”, promosso dal Serafico di Assisi a ExpoAid, dal 25 al 27 giugno a Rimini. La nuova legge sulla disabilità dà finalmente un nome e una cornice istituzionale a quel modello di centralità e autodeterminazione della persona che il Terzo Settore cattolico sperimenta e applica da secoli. Realtà nate dal carisma dei loro fondatori e che, ben prima dell’attuale impianto normativo, hanno costruito percorsi individualizzati, tenendo conto dei suoi desideri, delle potenzialità e dei talenti piuttosto che su prestazioni assistenziali e standardizzate.
“Le congregazioni religiose sono sorte per prendersi cura degli invisibili e degli esclusi”, ha ricordato Tonino Cantelmi, direttore sanitario dell’Opera Don Guanella di Roma. “Negli anni abbiamo imparato a confrontarci con la scienza e a fare sempre meglio il bene”. Un’evoluzione che, secondo Cantelmi, oggi trova nel Progetto di Vita una straordinaria occasione di cambiamento, capace di superare la frammentazione dei servizi e di immaginare luoghi sempre più aperti alla comunità. Anche Federica De Lucia, della Piccola Opera Charitas di Giulianova, ha insistito sull’idea di una comunità generativa, in armonia con lo spirito della nuova normativa, in cui ogni persona possa essere riconosciuta nella propria identità. “Il Progetto di Vita non è più ‘per’ la persona, ma ‘della’ persona”. ha spiegato, raccontando come laboratori artistici, creativi ed espressivi siano strumenti attraverso cui ciascuno possa manifestare desideri, inclinazioni e capacità. Una sfida che riguarda anche le persone con disabilità gravissima. Lo stesso approccio è emerso dall’esperienza raccontata da Tomas Chiaramonte, segretario generale di ConAdoa: “Le nostre realtà trasformano piccoli desideri in sogni che si avverano. Non basta offrire servizi di qualità: occorre costruire una cultura condivisa e far crescere relazioni”.
Quasi due secoli di storia raccontano invece il cammino del Cottolengo: padre Carmine Arice ha ricordato come il fondatore, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, avesse già sintetizzato il principio dell’autodeterminazione con una frase tanto semplice quanto rivoluzionaria: “A chi vuole l’osso dagli l’osso, a chi vuole il lesso dagli il lesso”. Una visione che, ha spiegato, invita a non sostituirsi mai alla persona, ma a creare le condizioni affinché possa esprimere i propri desideri e le proprie aspirazioni. Un’intuizione condivisa anche da Domenico Arena, della Società servizi riabilitativi-Benefit, che ha sottolineato come le attività storiche del territorio anticipassero la centralità dell’odierno Progetto di Vita. Teatro, sport inclusivo, laboratori espressivi: “Non sapevamo che si chiamasse Progetto di Vita. Lo facevamo perché eravamo convinti che ogni persona dovesse poter esprimere il proprio talento”.
A raccogliere il filo di tutte queste esperienze è stata Francesca Di Maolo, presidente del Serafico di Assisi e promotrice del panel, ricordando come anche la storia del Serafico sia iniziata molto prima che esistessero queste definizioni. “San Ludovico da Casoria, 155 anni fa, aveva già intuito che fosse necessario occuparsi dell’istruzione degli esclusi e si ispirò al carisma di San Francesco che, a partire dall’incontro con il lebbroso, cambiò il suo sguardo riconoscendo la presenza di Dio in ogni essere vivente, a prescindere dal limite”. Oggi quella stessa intuizione vive nei laboratori di teatro, nell’ortoterapia, nei laboratori di ceramica, di arte grafica, nello sport: strumenti attraverso cui la riabilitazione diventa crescita personale, relazione e costruzione dell’identità. “La bellezza della vita non possiamo conoscerla fino in fondo senza lo sguardo delle differenze”, ha concluso Di Maolo.

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