Un lavoro che partecipa all’opera creatrice di Dio, che realizza un mondo buono e accogliente per tutti, che costruisce la pace e mai la guerra, un lavoro che permette la realizzazione personale, contribuendo al bene comune, un lavoro che consenta il fiorire dei giovani e dei loro progetti di vita: è il “ritratto” della dimensione del lavoro tracciato dal vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, nella festa del Primo maggio, che si è svolta ieri a Martellago, nel veneziano, promossa dalle Acli provinciali di Treviso e di Venezia. Molte le dimensioni coinvolte nella riflessione, prima nell’omelia della messa, celebrata davanti al Municipio e, poi, nel dibattito con i giovani aclisti dell’associazione “Nuovi venti” (nella foto). “Siamo a immagine e somiglianza di Dio Creatore quando, con il nostro lavoro, ci applichiamo alla cura, alla coltivazione, alla trasformazione operosa del mondo – ha sottolineato il vescovo -. Lo siamo quando, attraverso il lavoro, creiamo le condizioni perché possano nascere relazioni buone, pacifiche e riconciliate: tra le persone, dentro le famiglie e tra le famiglie, nei popoli e tra i popoli, in tutta l’umanità. Il lavoro è così la grammatica della società: lo strumento con cui le persone comunicano reciprocamente se stesse, e costruiscono quel dialogo buono che permette a tutti di crescere in armonia”. Ma non tutti i lavori sono buoni, alcuni, invece di costruire, distruggono, ha ricordato mons. Tomasi: “In questi tempi incattiviti dobbiamo avere il coraggio di dire che non tutte le attività dell’uomo sono lavoro. La guerra non è lavoro – ha detto il vescovo -, a dispetto dei molti che la considerano una opportunità di arricchimento e di occupazione tramite la produzione di armamenti. La pace è lavoro, perché tramite essa siamo chiamati a partecipare e custodire l’opera di Dio. La guerra si accontenta di distruggere, la pace richiede uno sforzo continuo di costruzione e vigilanza”.