“Dolore, rabbia, indignazione, perché “solo domenica scorsa Loris era qui con la moglie, era felice mentre con un figlio in braccio guardava l’altro che stava per ricevere il sacramento della prima confessione. E ora a distanza di una settimana un senso di impotenza ci avvolge. Un uomo disponibile, che c’era sempre per tutti, innamorato della sua famiglia. Un punto di riferimento. Come si fa a non avere il cuore frantumato?”. Le parole di don Carmine Agresta, parroco della parrocchia Sant’Egidio di Taranto, accompagnano il raccoglimento delle centinaia di persone presenti, nel pomeriggio di sabato, davanti al feretro di Loris Costantino. Il giovane è morto il 2 marzo precipitando da dodici metri d’altezza. Lavorava come addetto alle pulizie di una ditta dell’indotto all’interno dell’ex Ilva. Una griglia sul piano di calpestio che lo sosteneva ha ceduto, facendolo precipitare. “Non c’è solo il dolore – ha proseguito don Carmine – ma c’è la rabbia. Perché non si può morire a 36 anni di lavoro. Il lavoro è dignità. E c’è anche indignazione per quello che è successo. Perché non poteva e non doveva succedere. Non è stata una casualità. Ci sono delle responsabilità. C’è stata incuria, c’è stata superficialità, c’è stata lentezza, c’è stata mancanza di attenzione. Tra questi sentimenti così violenti però si fa spazio anche la gratitudine per la bella persona che Loris è stato, per le cose che ci ha insegnato con il suo modo di essere. E poi c’è la certezza che questa non sia la fine di tutto. Dobbiamo crederci. Non finisce tutto in un buco nero. C’è una vita luminosa oltre tutto questo. Non possiamo non soffrire per questa morte ingiusta ma non possiamo neanche perdere la speranza”. Per la morte di Loris Costantino sono dieci gli indagati dalla Procura ionica per omicidio colposo.