“L’unità non è un ornamento della fede, ma una dimensione essenziale del mistero di Cristo. Le ferite tra i cristiani non sono solo ferite storiche o istituzionali: sono ferite nel Corpo del Signore, che continua a soffrire nella divisione dei suoi discepoli”. Lo ha ricordato il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, celebrando il 24 gennaio, a Nicosia (Cipro), la festa della Conversione di san Paolo. Parlando dell’Apostolo delle genti, il cardinale ha spiegato che “la vera conversione di Paolo” è “un cambio di sguardo su Dio. Paolo scopre che Dio non è un’idea da difendere, ma una Persona che chiama. Non è una dottrina da imporre, ma una relazione da accogliere. Non è un progetto umano da proteggere, ma un dono che precede ogni nostra opera, ogni nostra iniziativa, ogni nostra strategia”. La cecità di san Paolo, avvenuta dopo l’incontro con Dio, per Pizzaballa, “non è una punizione. È un tempo di grazia. È il silenzio necessario perché la Parola possa sedimentare”. E questa cecità, ha affermato il patriarca, “parla anche a noi, Chiese antiche, ricche di tradizione, di liturgie, di teologia, di memoria. Talvolta il Signore permette che le nostre luci si affievoliscano, che le nostre sicurezze vengano meno, che le nostre strutture mostrino fragilità e limiti, non per impoverirci, ma per riportarci all’essenziale: affidarsi alla Grazia, che non si possiede, ma si riceve”. Questo è un messaggio, ha rimarcato, “particolarmente forte per una Chiesa che vive in una terra di confini, di passaggi, di convivenza come Cipro. Qui, crocevia di popoli, culture e religioni, la testimonianza cristiana passa sempre attraverso la capacità di accogliere, di fidarsi, di riconoscere l’opera di Dio anche oltre i nostri schemi consolidati”. Allargando lo sguardo alla Terra Santa il card. Pizzaballa ha poi concluso: “La conversione di Paolo ci ricorda che il cambiamento autentico non nasce dalla forza, ma dall’incontro. Non dalla violenza, ma dal riconoscimento dell’altro. Non dall’imposizione, ma dall’ascolto paziente. In un mondo segnato da conflitti, tensioni geopolitiche, migrazioni forzate e ferite ancora aperte, (come non pensare ora al conflitto nella nostra amata Terra Santa?), questa Parola afferma che nessuna pace è possibile senza un cambiamento dello sguardo; che nessuna riconciliazione è duratura se non passa attraverso il riconoscimento della dignità dell’altro, della sua storia, della sua sofferenza. Paolo credeva di servire Dio combattendo. Invece, scopre che serviamo Dio convertendo il cuore umano. Questo vale anche per la vita in tutti i suoi diversi contesti: le leggi, le istituzioni, la diplomazia e ogni comunità sono chiamate non solo a gestire gli equilibri di potere, ma anche a salvaguardare ciò che è umano, a proteggere la persona e a promuovere la giustizia e la pace”.