Primo maggio: Sabella (Oikonova), “affrontare la piaga del lavoro nero”

“Come ogni anno, domani sarà celebrata la Festa del lavoro e saranno ricordate le piaghe che ancora oggi affliggono il lavoro in Italia: la sicurezza – nel 2023 il numero dei morti ha superato il migliaio e nei primi quattro mesi del 2024 siamo a circa 330 infortuni mortali (quasi 3 al giorno) -, la disoccupazione, la precarietà femminile e giovanile, i bassi salari e il gap delle retribuzioni tra uomini e donne… Tuttavia, ci ricordiamo sempre poco del lavoro nero. E invece dovremmo ricordarcene, perché siamo il Paese con il più alto tasso di lavoro sommerso nella Ue, motivo per cui Marco Biagi diceva che ‘l’Italia è il peggior mercato del lavoro in Europa’”. Lo dice Giuseppe Sabella, direttore del Centro studi Oikonova, think tank specializzato in lavoro e sviluppo sostenibile nato dall’esperienza del laboratorio milanese di Marco Biagi, in occasione della Festa dei lavoratori di domani.
“Più di una volta al mese, infatti – aggiunge Sabella -, facciamo i conti con i dati dell’occupazione e della disoccupazione (tra rilevazioni Istat, Eurostat e Ocse); soltanto una volta l’anno, Istat ci ricorda i numeri del lavoro sommerso. Nell’ultima stima diffusa a ottobre 2023, si trattava di circa tre milioni di lavoratori e lavoratrici. Affrontare la piaga del lavoro nero, significherebbe fare un salto importante in termini di qualità nel nostro mercato del lavoro: il lavoro nero toglie dignità alle persone, le priva di diritti e le riduce a essere costantemente alla mercé dell’imprenditore disonesto. Si tratta principalmente di giovani e donne, soggetti che – laddove inseriti e regolarmente inclusi – sono peraltro fattori importanti di produttività del lavoro”.
Tre milioni di lavoratori e lavoratrici non regolarizzati “offuscano inoltre le stime periodiche: immaginiamoci se fossero regolarizzati, si tratta del 10% circa del nostro mercato del lavoro. I numeri del lavoro – che oggi conoscono livelli record – risulterebbero del tutto in linea con le economie più avanzate: il tasso di disoccupazione si ridurrebbe sensibilmente, il tasso di occupazione sarebbe quasi normalizzato, raggiungendo circa il 72%, livello vicino allo standard (75%) indicato dalla Ue secondo il quale una società si può ritenere in equilibrio. Calerebbe di molto anche il numero dei giovani inattivi (i cosiddetti neet, not in education, employment or training), i quali – quando intervistati da Istat – non possono dire che lavorano in nero, dicono invece che né lavorano né studiano”.
Sempre a proposito dei neet, ricorda Sabella, “l’Istat ci dice che nel 2023 i giovani inattivi (tra i 15 e i 29 anni) si sono ridotti di molto, oggi sono 1,5 milioni (cifra che sale a 2,2 milioni se li consideriamo tra i 15 e i 34 anni). Coloro che lavorano in nero non sono solo giovani ma sono anche donne adulte: non tutti i giovani inattivi sono lavoratori in nero ma è chiaro che questo numero risulta molto alterato dall’economia sommersa che vale più del 10% del Pil”.
Tutto ciò, conclude, “contribuisce a restituirci una fotografia sbiadita del Paese e, in particolare, un’immagine dei giovani nullafacenti che non corrisponde al vero. I nostri giovani che emigrano in cerca di opportunità che qui non trovano risultano peraltro i più performanti tra i loro coetanei di altri Paesi. Ma fintanto che perdureranno questi livelli di lavoro sommerso, continueremo a non accorgercene”.

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