Libia: Save the Children, “necessaria risposta unificata per i 250mila bambini bisognosi di assistenza umanitaria e per i migranti nei centri di detenzione”

“Il conflitto libico richiede una risposta unificata da parte degli attori internazionali, che vada oltre gli interessi di breve periodo dei singoli e che sappia sviluppare un piano complessivo di promozione di pace e stabilità nell’area”. Lo dichiara Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children, nell’imminenza della Conferenza di Berlino, in programma per domenica 19 gennaio, alla quale sono stati invitati i principali attori coinvolti nella crisi libica.
In vista di tale occasione, si legge in una nota, l’Ong “invita tutte le parti in campo a impegnarsi nella difesa dei minorenni coinvolti ingiustamente in un conflitto, che ne mette a repentaglio la vita, la protezione, lo sviluppo”. “Il conflitto – spiega Save the Children – è spesso combattuto in zone densamente popolate, comportando la distruzione di strutture civili come case, scuole, ospedali: luoghi protetti dal diritto internazionale umanitario, che non devono essere oggetto di bombardamenti o di utilizzo indiscriminato da parte delle forze combattenti”. “A settembre 2019 – prosegue la nota – erano almeno 250.000 i bambini con necessità di assistenza umanitaria in Libia. I minori, come sempre accade durante i conflitti, continuano a pagare un prezzo altissimo: molti di loro hanno dovuto abbandonare le loro case, spesso rimanendo in prossimità di zone di guerra, dove l’approvvigionamento di cibo, medicine e carburante è difficile e i servizi pubblici, come quelli per la salute e l’educazione, sono severamente colpiti. Rimangono inoltre numerosi migranti, compresi minori, intrappolati nei centri di detenzione”. “La Libia – ricorda Fatarella – non ha mai implementato il Meccanismo di monitoraggio e reporting sulle gravi violazioni contro i minori nei conflitti armati, elemento che pone grande allarme. Le parti coinvolte – conclude la direttrice generale – dovrebbero trovare urgentemente soluzioni per le persone a rischio intrappolate nei territori di guerra, inclusi i migranti nei centri di detenzione”.

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