“Confesso anzitutto la pochezza della mia fede. Nonostante tutto, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai ceduto alla tentazione”. Lo scrive il card. Camillo Ruini nel suo testamento spirituale, redatto a Roma il 3 giugno 2016, nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, e pubblicato in questi giorni dopo la sua morte, avvenuta il 16 giugno 2026. Il documento, intitolato “Rendimento di grazie e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli”, è un atto di ringraziamento e di confessione rivolto al Signore, alla famiglia, ai collaboratori e alla Chiesa. Ruini ringrazia per “la lunga vita”, per “la chiamata al sacerdozio”, per Giovanni Paolo II – “una grazia del tutto speciale” –, e per Benedetto XVI, con cui ha collaborato per tre anni. Il porporato chiede perdono “per aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più gentili”, e riconosce di non aver saputo usare gli anni dell’emeritato per prepararsi all’incontro con Dio: “L’impegno dello scrivere non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera”. Conclude con una supplica: “Padre ricco di misericordia, dona a me e a tutti i miei fratelli in umanità la grazia della perseveranza finale”.