“Settant’anni non sono un traguardo, ma una responsabilità affidata alle nostre mani per il futuro”. Lo ha affermato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nell’omelia pronunciata oggi a Gerusalemme in occasione del 70° anniversario della nascita del Vicariato di San Giacomo che riunisce i cattolici di espressione ebraica. In questo tempo, ha sottolineato, “la Chiesa di Gerusalemme, nella molteplicità dei suoi volti e delle sue missioni, è chiamata a rinnovare il suo ‘sì’ all’unità in Cristo”. Il Vicariato dei cattolici di lingua ebraica è chiamato a restare “nel cuore della Chiesa madre, un segno di fedeltà e di gioia: non una periferia, ma una voce essenziale; non un rifugio, ma un ponte”. Un ponte ben preciso: “Tra la Chiesa delle genti, entrata nell’alleanza mediante la fede in Cristo, e il popolo d’Israele”. Una missione che non mira “ad annullare le differenze”, ma a ricordare che “la fede in Gesù Cristo è fonte di gioia e di pace” e che la famiglia cristiana “è parte integrante della costruzione di un mondo riconciliato, che cerca la pace nell’amore di Dio”. I settant’anni di storia del Vicariato, ha osservato Pizzaballa, “hanno custodito la Chiesa di Gerusalemme dal dimenticare le sue radici vive”, ma non possono ridursi a uno sguardo al passato. “Oggi, mentre celebriamo qui a Gerusalemme, questa terra è in fiamme”, ha detto, richiamando “i lunghi giorni di guerra”, “le fratture interne della società israeliana” e “le attese di libertà sempre più frustrate nella società araba”. Una realtà che non può essere ignorata: “La Chiesa di Gerusalemme non può permettersi di celebrare un giubileo come se la realtà non esistesse”. Da qui le domande che interpellano la Chiesa oggi: “Che volto ha la Chiesa in questo tempo? Come parlare di ‘unità nella Chiesa’ quando attorno a noi si disgrega la più elementare unità umana?”. La responsabilità, ha concluso il patriarca, non è “soltanto conservare i frutti del passato”, ma offrire “una testimonianza viva qui e ora: che Gesù è la nostra speranza anche nel cuore dell’impossibile”, rifiutando “di rinunciare all’immagine di Dio in ogni persona – sia essa israeliana o palestinese, ebrea o cristiana, religiosa o laica”. “I settant’anni trascorsi sono stati una preparazione a questa sfida. Ora siamo chiamati a viverla”.