“In Medio Oriente i leader religiosi hanno una capacità di influenza enorme sulle persone: orientano il pensiero, la mentalità e spesso anche le scelte concrete. Per questo la responsabilità che grava su di loro è molto grande. Un processo di pace autentico non si costruisce in pochi mesi: richiede generazioni, perseveranza e un cambiamento profondo di mentalità”. A ribadirlo è padre Francesco Patton, già Custode di Terra Santa (maggio 2016 – giugno 2025), in una intervista in uscita sull’ultimo numero del settimanale diocesano di Venezia, “Gente Veneta”. Nonostante il conflitto e le tensioni che attraversano la Terra Santa, non mancano segni di speranza, “piccoli ma estremamente significativi”. Tra questi, il primo è sicuramente l’unità dei cristiani. Ricorda padre Patton: “Pur nella diversità e divisione delle Chiese, i cristiani di Terra Santa si sentono profondamente uniti. Ho vissuto una collaborazione sincera con le Chiese greca, armena, copta, siriaca, anglicana, con le Chiese della Riforma e con tutte le comunità cattoliche di vario rito. Anche le famiglie sono spesso ecumeniche, e questo crea un clima di comunione reale che va oltre le divisioni storiche. È una unità che nasce anche dalla fragilità, dall’essere minoranza, ma anche da una crescente coscienza che siamo membra dello stesso corpo”. Allargando lo sguardo ai temi della pace e della riconciliazione, l’ex Custode non ha dubbi: “Senza pace, la Terra Santa continuerà a rimanere una terra divisa, contesa, lacerata, dove le ferite degli uni e degli altri non riescono a rimarginarsi. Il cammino verso la pace è inevitabilmente lungo e complesso, ed è anche un cammino culturale ed educativo”. “Negli incontri avuti in questi anni con responsabili religiosi e politici – spiega il francescano che oggi vive nella fraternità del Monte Nebo in Giordania – ho insistito molto su un punto: finché non si educa al riconoscimento della dignità dell’altro e del suo diritto all’esistenza, sarà impossibile fare passi reali verso la riconciliazione. È necessario imparare ad ascoltare la narrazione della storia dell’altro, non solo volere che si ascolti la propria” come auspicava Rachel Goldberg-Polin, portavoce delle famiglie degli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre. “Per avviare un vero processo di riconciliazione, diceva Goldberg-Polin, è in dispensabile riconoscere la sofferenza gli uni degli altri reciprocamente. Non esistono sofferenze di serie A e sofferenze di serie B: le lacrime hanno tutte lo stesso peso. Solo una sofferenza che genera empatia e compassione può aprire strade nuove”. Dalla testimonianza dei cristiani di Terra Santa all’Europa: “All’Europa manca la fede, sia come fiducia umana sia come orizzonte spirituale. Manca il coraggio di fare scelte definitive, di generare futuro, di sperare. La fede in Cristo libera dalla paura della morte e rende capaci di donarsi. San Francesco chiamava la morte ‘sorella’, una porta verso la vita. Recuperare l’orizzonte della fede e della speranza – conclude Patton – significa restituire alla vita umana il suo senso più profondo e la sua dignità più vera”.