“Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità”. Lo ha spiegato il Papa, nel discorso rivolto alla diocesi di Roma dalla basilica di San Giovanni in Laterano. “Il prete dovrebbe essere un uomo che ascolta prima di rispondere, che discerne prima di decidere”, il volto dei presbiteri di cui Roma ha bisogno: “Una persona che resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo. La domanda del ‘perché?’ è anzitutto una sua domanda personale: perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome? Il prete non concentra in sé ogni responsabilità. Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa”. Il prete, infine, “si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa”. “Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione”, il monito di Leone XIV: “Nessuno è chiamato a vivere tutto questo da solo. Il presbiterio non è la somma di sacerdoti che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità, ed è il primo luogo in cui verificare se ciò che facciamo genera davvero comunione”.