Non sono le persone a restare ai margini, ma i sistemi sociali, politici ed economici in cui viviamo a produrre marginalità. È quanto evidenzia “Abitare i margini”, la nuova ricerca di WeWorld, organizzazione italiana indipendente che da oltre 50 anni lavora accanto alle persone che vivono ai margini geografici, economici, politici e sociali in più di 20 Paesi. In Italia, le disuguaglianze non sono temporanee, ma tendono a riprodursi nel tempo. Il tasso di abbandono scolastico, ad esempio, passa dal 22,8% tra chi ha genitori con bassa istruzione all’1,2% tra i figli e le figlie di persone laureate, mentre tra le persone giovani i neet raggiungono quasi il 25% nel Sud e nelle Isole, contro il 14,5% nel Nord.
Attraverso un approccio partecipativo, la ricerca ha messo in dialogo esperienze e punti di vista provenienti da 7 città italiane (Milano, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari, Aversa e Ventimiglia). Territori diversi, dai quartieri come Giambellino, Barona, Corvetto a Milano o San Basilio a Roma, arrivando a contesti come Aversa, Scampia a Napoli e Sant’Elia a Cagliari, fino a Ventimiglia, ma attraversati tutti da dinamiche comuni: povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. Dentro contesti già segnati da fragilità sociali, economiche e territoriali emergono inoltre “margini nei margini”, in cui alcune persone affrontano forme di esclusione ulteriori e meno visibili.
Le disuguaglianze si stratificano ad esempio anche rispetto al genere: le donne continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura non retribuito e registrano livelli più bassi di occupazione e reddito, con effetti diretti sull’autonomia e sull’accesso alle opportunità.
L’indagine ricostruisce una geografia dei margini che non si limita tuttavia a mappare le esclusioni, ma analizza i processi che le generano e le trasformano. Nei territori osservati, diritti fondamentali faticano a tradursi in condizioni concrete. Il diritto alla casa può diventare precario; l’accesso ai servizi si complica; il lavoro non sempre garantisce autonomia economica; la scuola fatica a essere uno strumento effettivo di uguaglianza.
“I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e geografici» – commenta Andrea Comollo, direttore Programmi domestici di WeWorld -. A volte sono tutte queste cose insieme, con una forte valenza di disuguaglianza. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità, altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Il tentativo spesso è quello di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli, assegnare uno spazio ai margini perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro”.
La ricerca ha coinvolto oltre 330 persone tra operatori e operatrici dei programmi di WeWorld, dei partner territoriali, stakeholder locali tra reti di quartiere, istituzioni e organizzazioni della società civile, più di 230 bambini e bambine, ragazze e ragazzi, donne e persone con background migratorio coinvolte nei programmi di WeWorld. L’obiettivo è stato capire insieme da dove nasce il margine e come sia possibile “smarginare”, cioè modificare le condizioni che lo producono. Sottolinea Comollo: “Se i margini continuano a esistere non è perché alcune persone restano indietro, ma perché il sistema continua a produrli”.