Libera presenta la nuova edizione del report “’Raccontiamo il bene’ – Le pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie”. Un censimento del mondo del sociale e dell’associazionismo che racconta, dopo trenta anni, il Belpaese, dove in silenzio opera una comunità alternativa a quella mafiosa, che lavora e si impegna a realizzare un nuovo modello di sviluppo territoriale. Un Paese con 1.332 soggetti della società civile organizzata che gestiscono beni confiscati, più di 739 associazioni di diversa tipologia in 19 Regioni e in 448 Comuni con 35 scuole di ogni ordine e grado che usano gli spazi confiscati come strumento didattico e che incidono nel tessuto territoriale e costruiscono economia positiva. Un Paese che ha reagito alla presenza mafiosa e che con orgoglio si è riappropriato dei suoi spazi. Più della metà delle realtà sociali è costituita da associazioni di diversa tipologia (739) mentre le cooperative sociali sono 282 (di cui 5 cooperative di lavoro), alle quali si aggiungono 12 consorzi di cooperative. Tra gli altri soggetti gestori del Terzo settore, ci sono 67 realtà del mondo religioso (diocesi, parrocchie e Caritas) ci sono 17 associazioni sportive dilettantistiche, 38 enti pubblici (tra cui aziende sanitarie, enti parco e consorzi di Comuni che offrono dei servizi di welfare sussidiario dati in gestione a soggetti del terzo settore), 53 tra associazioni temporanee di scopo e di impresa, 41 fondazioni private e di comunità, 17 gruppi dello scautismo e 35 istituti scolastici di diverso ordine e grado. La maggior parte dei soggetti gestori del terzo settore, ben 900, sono concentrati al Sud compreso le isole, segue il Nord con 322 soggetti e il Centro con 110. La Regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati alle mafie è la Sicilia con 384 soggetti gestori, segue la Campania 205, la Lombardia con 193 e la Calabria con 154. I beni confiscati sono luoghi di memoria, che stabiliscono, individualmente e collettivamente, relazioni profonde con chi ne fa esperienza. Sono ben 125 i beni confiscati intitolati alle vittime innocenti delle mafie così suddivisi 43 al Nord, 5 intitolazioni al Centro e 77 al Sud e isole.
“Oggi – dichiara Tatiana Giannone, responsabile beni confiscati Libera nazionale – 1.332 esperienze di riuso sociale raccontano un Paese che ha saputo reagire, trasformando luoghi criminali in presìdi di democrazia e inclusione. Raccontano di quante persone hanno contribuito a raggiungere un obiettivo fondamentale e poi ad alimentarlo nel tempo, a trasporlo dal testo della legge nel quotidiano dell’impegno. Recuperare questi beni e restituirli alle comunità significa dunque anzitutto valorizzare un patrimonio pubblico. Occorre, quindi, riaffermare il senso profondo del riuso sociale dei beni confiscati, che ha animato la legge 109/96 e, di conseguenza, tutta la codificazione in materia di riutilizzo dei beni confiscati. Negli ultimi anni sono stati fatti tanti passi in avanti nella cornice normativa e in quella amministrativa; l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati (Anbsc), fulcro del processo di destinazione di un bene, ha assunto un ruolo cruciale di raccordo tra gli enti nazionali e le amministrazioni locali. Ma la strada è ancora lunga. La nuova modalità di destinazione dei beni confiscati, attraverso la Piattaforma unica delle destinazioni, rende l’intera procedura più agevole, ma ci pone davanti a nuove responsabilità: i Comuni prima, e gli enti del Terzo Settore poi, hanno ora il compito di inserire la gestione di beni confiscati nei loro piani di azione, progettando e chiedendo quanti più spazi possibile. Il riuso sociale è una prassi consolidata, è un’opportunità per i nostri territori e questo nuovo strumento deve poterla rafforzare”.