Beni confiscati: don Ciotti (Libera), “renderli subito operativi. Ogni giorno di ritardo fa il gioco delle mafie. Ogni rinuncia a intervenire le fa apparire più forti”

30, 109, 1 milione: i primi numeri che vengono in mente se pensiamo alla legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Il 7 marzo 2026 saranno 30 anni, da quando, grazie anche al milione di firme raccolte su impulso di Libera, la legge 109 fu approvata in Parlamento. Libera per festeggiare e onorare questi trent’anni di impegno collettivo promuove il 6, il 7 e l’8 marzo “109 piazze per la legge 109”. Tre giorni di iniziative con più di 180 luoghi e spazi animati da volontari della rete di Libera per promuovere e valorizzare il significato di trent’anni di beni confiscati restituiti alla collettività (elenco in aggiornamento su www.libera.it). In occasione della tre giorni, Libera scende nelle piazze con la campagna “Diamo linfa al bene” per chiedere di difendere questa legge e di firmare per chiedere che il 2% del Fondo unico Giustizia venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati.
“La peculiarità della legge 109/96 – commenta don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera – che compie trent’anni è di aver messo al centro la dimensione etica. Convertire a uso sociale i beni confiscati ai mafiosi è qualcosa che l’ordinamento decide di fare prima di tutto perché è giusto. Non è un caso se oggi la legge 109, pur con tutti i suoi limiti applicativi, viene presa ad esempio da altre legislazioni nel mondo, a partire dall’Unione europea. I tanti beni restituiti alla collettività grazie ai percorsi di riutilizzo sociale ‘parlano’; raccontano ciò che accade quando una ricchezza sporca, talvolta addirittura macchiata del sangue di vite innocenti, viene ripulita attraverso un investimento morale e materiale che chiama in causa i territori di appartenenza Lo constatiamo ogni giorno nelle cooperative, negli spazi sociali, negli edifici che accolgono persone in difficoltà e ospitano servizi preziosi per ogni fascia della popolazione. Lo vediamo ancora più chiaramente quando concentriamo l’attenzione sulle ricadute educative di questi percorsi: la fiducia che generano nelle comunità; i progetti culturali, artistici o sportivi messi in campo dentro i beni confiscati; i campi estivi che ogni anno attirano su quei beni migliaia di giovani per formarsi sui temi della giustizia e della cittadinanza responsabile. Certo non è tutto perfetto: ci sono ritardi, ostacoli burocratici, fatiche finanziarie, contraddizioni da superare nelle varie forme di gestione”. Oggi “dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro, ma continuare a procedere in avanti! La nostra campagna ‘Diamo linfa al bene’ chiede di destinare il 2% del Fondo unico Giustizia agli investimenti strutturali necessari per promuovere il riutilizzo sociale di tanti nuovi spazi. Non tutti i beni, lo sappiamo, si prestano a essere sfruttati per esigenze pubbliche. Ma in molti casi a creare sfiducia e abbandono è la mancanza di risorse iniziali. Dobbiamo – conclude don Ciotti – allora fare uno scatto in più, uno sforzo più deciso per diventare tempestivi ed efficaci nel prenderci in carico quei beni e renderli subito operativi. Ogni giorno di ritardo fa il gioco delle mafie. Ogni rinuncia a intervenire le fa apparire più forti”.

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