“Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”. “Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore”. È il forte monito che arriva dai vescovi calabresi dopo il ritrovamento di alcuni corpi di migranti sulle coste. “Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta”, si legge in una nota della Conferenza episcopale calabra: da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: “le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove. Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere”. E lo dicono con “il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo – scrivono – con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”. Il “primo” pensiero e la “nostra preghiera di pastori” sono “rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo. Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione”. “Vogliamo – è la richiesta dei presuli calabri – che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore. Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria. Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità”.