Progetto Policoro: don Ulto (coordinatore nazionale), “questa generazione è un segno di speranza, scuote e fa fare domande”

(Foto Sir)

“Oggi l’ostacolo più grande è non prendere in considerazione ciò che i giovani dicono e quello che ci chiedono. Bisogna parlare con i ragazzi e non dei ragazzi. Ascoltare loro significa avere la capacità di superare l’ostacolo più grande, che forse è quello di non riuscire poi a mettersi in relazione e in contatto con loro”. Così don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro, a margine del convegno nazionale “Tra memoria e futuro” a Roma per celebrare i 30 anni del progetto.  “Il nostro compito – continua – è proprio quello di aiutarli a instradarli, concepire e comprendere qual è il loro posto nel mondo. Questa generazione è davvero un segno di speranza: mi scuote e mi fa fare delle domande, mi fa sentire custode di qualcosa di importante, scrigno di qualcosa di stupendo che aspetta di essere curato”. La nuova generazione è stanca di sentir dire tante cose su di sé, per lo più negative, “alza la testa – spiega Ulto – e segue l’invito a fare baldoria che Papa Francesco ha fatto loro. Significa dire con fermezza quello che hanno dentro, rispondere alla chiamata di ognuno e portare meraviglie e stupore nel mondo”.  Agli adulti, il coordinatore chiede di mostrare non solo gli affanni della vita lavorativa ma di far conoscere la felicità e la possibilità di essere soddisfatti. In conclusione, pensando alle tante esperienze rimaste impresse in questi anni, Ulto ricorda “la fitta rete di relazioni consolidata” e poi, su tutte,  “la storia di una ragazza che ha subito un lutto pesante in famiglia. Poteva dire, ‘non ci sono’ e invece ha sentito Policoro come casa e rifugio per sentirsi protetta e rileggere quel dramma”. 

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