Sudan: Samar Muzamil (Comboni College), “le donne siano poste al centro dei processi di ricostruzione e pace”

Le studentesse di infermeria del Comboni College, tra loro Samar Muzamil (foto: Comboni press)

“Anch’io sono fuggita con la mia famiglia, come milioni di altre persone, correndo tra gli spari e gli attacchi improvvisi, convinta che la guerra sarebbe durata soltanto un mese. Ma le nostre speranze sono state tradite”. A parlare della sua esperienza e del conflitto in Sudan è Samar Muzamil, studentessa di infermeria al Comboni College of Science and Technology a Port Sudan, durante il suo intervento di sabato scorso al convegno “La resilienza delle donne nelle guerre degli uomini”, organizzato dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia.
La guerra in Sudan è scoppiata nell’aprile 2023 e vede contrapposte le Forze armate sudanesi (Saf) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di supporto rapido (Rsf) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti. Una rivalità che riguarda il controllo militare, politico ed economico, con interessi di nazioni straniere legati al traffico di armi e al commercio dell’oro.
Samar, come tante altre colleghe, è stata costretta a percorrere centinaia di chilometri rischiando la vita per raggiungere il Comboni College, determinata a proseguire gli studi nonostante il conflitto, per poter sostenere la propria famiglia e servire la comunità dopo la laurea. “Mia madre, medico veterinario, ha perso il suo impiego governativo – ha raccontato -. Ha lavorato da sola, rischiando innumerevoli volte la propria vita, trovandosi in un recinto affollato con oltre 200 animali, consapevole che un solo movimento sbagliato avrebbe potuto costarle la vita. Anche mio padre, malato di cuore, ha continuato a lavorare nonostante la sua condizione. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, per mantenerci in vita, affinché potessimo mangiare, studiare e affinché io potessi essere qui oggi a parlare con voi”. Centinaia di migliaia di donne sudanesi stanno sacrificando tutto pur di mantenere in vita le proprie famiglie.
“Quando si osserva da vicino una guerra, ci si rende conto che sono le donne a sopportarne il peso maggiore – ha detto -. Perdono i propri familiari e devono imparare a sopravvivere da sole, assumendo il ruolo di protettrici e sostegno economico delle loro famiglie. Nonostante i traumi e il collasso del sistema sanitario, le donne sudanesi rappresentano la colonna portante della resilienza delle comunità. Organizzano le Emergency Response Rooms (centri comunitari di risposta alle emergenze) e le cucine collettive, chiamate takaaya, per distribuire cibo agli affamati senza disporre di finanziamenti. Infermieri e medici lavorano sotto il fuoco dei combattimenti, mentre le ostetriche fanno nascere i bambini nelle case illuminate soltanto dalla luce delle candele. Questa è resistenza. Non con le armi, ma con il coraggio”. Samar ha ricordato che “un sostegno autentico deve andare oltre la distribuzione di razioni alimentari di prima necessità: deve finanziare le iniziative promosse dalle donne, ricostruire il sistema educativo e sanitario e proteggerle dalla violenza. Quando le donne sono poste al centro dei processi di ricostruzione, le società guariscono più rapidamente e la pace diventa possibile”.

(foto: comboniani)

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