“Se noi non acquisiamo nuove competenze nella gestione dell’intelligenza artificiale, allora davvero diventiamo servi, diventiamo subordinati, diventiamo sempre più ignoranti”. Così Adriano Fabris, filosofo dell’Università di Pisa, intervenuto ieri a “CambIAmenti”, il ciclo di webinar dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e del Servizio informatico della Cei. Il docente ha messo in guardia dall’“utopia” di un’IA che sostituisca l’uomo nelle mansioni più faticose: “Si entra nel meccanismo della delega”, e “se noi deleghiamo, non impariamo”. Ne deriva un “deskilling”, una perdita di competenze che impedisce anche di verificare i risultati: “Se la macchina sbaglia, non siamo più in grado di controllare”, come accade con le “allucinazioni” dell’IA generativa. Fabris ha poi denunciato l’ideologia del postumano e del transumanesimo, cui fa riferimento anche la “Magnifica humanitas”, rileggendone le promesse alla luce di Genesi 3: diventare “come Dio”. Ma “la somiglianza non è l’identità”, ha spiegato: “La nostra identità è quella dell’essere finito, limitato. Ed è questa la bellezza, la bontà dell’essere umano”. Servono quindi responsabilità personale e regole condivise, come l’AI Act europeo: “Meglio una innovazione controllata che una innovazione sulla pelle dell’essere umano”. Il ciclo proseguirà il 26 ottobre con Marisa Marraffino e il 28 con don Luca Peyron, sempre dalle 18 alle 19.