Il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, sta seguendo da vicino e con apprensione quanto sta accadendo in queste ore nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova, mantenendosi in stretto contatto con il cappellano, don Marco Pozza.
“Ho appreso – dichiara mons. Cipolla – e sto seguendo con particolare attenzione attraverso il cappellano la situazione di emergenza che si è venuta a creare all’interno della casa di reclusione Due Palazzi di Padova in queste ore, a seguito dell’improvviso trasferimento delle persone detenute del circuito Alta Sicurezza. Il suicidio di una persona detenuta, stanotte, aggrava, appesantisce e intristisce ancora di più il clima in atto. Pur rispettando le motivazioni dell’istituzione rispetto a questa decisione, non posso non prendere atto che ciò comporta l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali nel percorso di rieducazione e di recupero delle persone detenute. Sono persone, quelle coinvolte, sulle cui spalle pesano condanne con fine pena altissimi, per molti dei quali l’ergastolo. Ragione per cui, l’avere trovato nell’istituto della nostra città delle ragioni di speranza, prospettive di futuro per loro e le loro famiglie è stato l’occasione di riprendere in mano anche il proprio passato. E non si può che ringraziare la direzione del carcere per queste attenzioni”.
“Nella mia ultima visita, il giorno dell’Epifania – ricorda il vescovo Cipolla – abbiamo celebrato la santa messa con loro: ho visto nei loro occhi la speranza che rinasce quando i cuori si aprono alla Grazia di Dio, sempre mediata dalla presenza di qualcuno. Attraverso la cappellania presente nell’istituto dal 2011 – composta da un’ottantina di persone tra sacerdote, diaconi e catechisti – la diocesi di Padova si sta facendo prossima di questi fratelli: con dei progetti diocesani, con percorsi personalizzati, con ospitalità che aiutano a riprendere in mano la propria storia. Sono vicino a tutto il mondo del volontariato e a tutti gli uomini e donne che lavorano con passione e dedizione nell’istituto di Padova: il bene seminato non andrà mai perduto. Mi auguro che possano sempre essere messi al primo posto la dignità delle persone e il primo obiettivo dell’esecuzione della pena, ossia la possibilità rieducativa e possibilmente il reinserimento sociale”.