“Grazie per la vostra preoccupazione. Ho ricevuto molte parole di sostegno e consolazione, oltre a domande sulla situazione. Vi scrivo a una settimana e mezza dallo scoppio della guerra. Ora la situazione è molto più tranquilla anche se i primi giorni sono stati pieni di allarmi e bombardamenti”. Inizia così il messaggio di padre Piotr Zelazko, vicario patriarcale per i cattolici di espressione ebraica inviato attraverso i canali del suo Vicariato “San Giacomo”. L’inizio della guerra aveva colto padre Zelazko all’estero, e il volo di ritorno era stato cancellato perché l’aeroporto di Tel Aviv era chiuso. “Sono riuscito a tornare attraverso Germania, Turchia ed Egitto, e ho attraversato il confine via terra a Taba–Eilat” rivela il sacerdote che nel suo messaggio racconta come le comunità cattoliche di espressione ebraica stanno vivendo questo conflitto in corso: “Poiché tutte le attività pubbliche in Israele sono vietate, alcune delle nostre comunità hanno dovuto celebrare la messa nei rifugi antiaerei. Inoltre, un missile caduto nei giorni scorsi sulla città di Beer Sheva ha danneggiato molti appartamenti, tra cui la casa della famiglia di uno dei nostri parrocchiani. Li ho visitati e ho visto l’impatto dell’esplosione. Ora – conclude – stiamo aiutando la famiglia a ritrovare una situazione stabile dopo questo evento traumatico, e ringraziamo Dio che nessuno sia rimasto ferito”.

(P. Zelazko, Foto Vicariato san Giacomo)
Padre Żelazko era fuori Israele per ricevere, il 20 febbraio a Varsavia, il titolo di “Uomo della Riconciliazione 2026” istituito dal Consiglio Polacco dei Cristiani e degli Ebrei, riconoscimento che premia le persone provenienti da fuori dalla Polonia che hanno dato un contributo significativo all’approfondimento del dialogo e della comprensione tra cristiani ed ebrei. La cerimonia si è svolta presso la Sinagoga Progressista Ec Chaim di Varsavia. Nella stessa mattinata padre Zelazko è stato ricevuto dall’ambasciatore israeliano in Polonia, Yacov Livne, che si è congratulato personalmente con lui per l’onorificenza. Nel suo intervento, il vicario ha espresso gratitudine per il fatto che a Gerusalemme ci siano luoghi in cui “la presenza di un sacerdote cattolico durante le feste ebraiche è vissuta come naturale e gradita”. Allo stesso tempo, ha parlato con franchezza degli “spazi in cui persistono ancora odio o ignoranza”, anche in settori della Chiesa cattolica in cui l’antisemitismo rimane un problema. Ha sottolineato che la riconciliazione richiede onestà riguardo a queste ferite. Il vicario ha insistito sul fatto che “la riconciliazione ebraico-cristiana non è una destinazione, ma un cammino, una via che richiede attenzione, pazienza, coraggio e verità, prima di tutto nel proprio cuore. Solo percorrendo insieme questa strada, ha affermato, ebrei e cristiani possono aiutarsi a vicenda a riconoscere il Dio che dimora in ogni essere umano”.