“L’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con principi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”. Lo ha ricordato il Papa, che nel suo primo discorso di inizio d’anno al Corpo diplomatico si è soffermato sulla centralità della libertà di coscienza e della libertà religiosa. “L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a se stessi”, ha spiegato: “In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”. A rischiare di essere compressa è anche la libertà religiosa, che “è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona”. Oggi, invece, “le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto”. “Nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose”, l’appello di Leone XIV sulla scorta del Concilio: “Chiedo alla comunità degli Stati di garantire piena libertà di religione e di culto a tutti i rispettivi cittadini”. Per il Papa, “la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso”. Tutti dati, questi, che secondo il Pontefice “mostrano come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un privilegio o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”: di qui il “pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose”. “Non va trascurata – ha poi affermato il Papa – una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia”.